Quello che il Giusti volesse quando egli cominciò
a mettere insieme questo Libro, vedrà il Lettore qui
subito dalla lettera dedicatoria che sta invece di
Prefazione. La quale egli scrisse non come si suole a opera
finita e già in ordine per la stampa, ma quando il
lavoro era poc'altro che abbozzato, e quasi a fermarsene in
mente il concetto. Contuttociò bastano quelle parole
del Giusti a dichiarare l'intendimento e la ragione ed il
modo di questa Raccolta: diremo noi sino a qual punto fosse
condotta da lui quand'egli mancò, e quello che siasi
aggiunto da noi a darle forma e compimento.
Tremila proverbi o poco più si rinvennero da lui
medesimo registrati in serie continua o sparsamente tra
molte carte; e sue pur sono un piccol numero delle note o
citazioni apposte al proverbio cui si riferiscono, e tutte
quelle illustrazioni che stanno in fondo al Volume, delle
quali non lasciava alcune volte altro che frammenti. Di
nostra scelta sono qualcosa più di due altre migliaia
e mezzo; e poiché di gran lunga la miglior parte
traemmo noi dalla collezione di Francesco Serdonati, ne
giova dare un qualche cenno di questo direi quasi universale
repertorio della materia proverbiale in lingua nostra.
Il Serdonati visse in Firenze negli ultimi anni del
cinquecento e ne' primi del seicento. Benché poco di
lui sappiamo, i molti libri col nome suo in quella
età fecondissima di lavori non più originali
(eccettoché nelle scienze matematiche e nelle
fisiche), ma pure usciti da buona scuola, ne dimostrano
l'autore nostro essere stato uno di coloro i quali usano le
lettere come si esercita un mestiere, ma che il mestiere lo
sanno bene. Almeno egli sapeva scrivere; e con altre
operette due sue versioni, quella dell'Istoria delle
Indie Orientali di Giovan Pietro Maffei, e in oggi pur
quella dell'Istoria Genovese del Foglietta, ebbero
onore di citazioni, quanto alla prima assai frequenti, nel
Vocabolario della Crusca. La Raccolta dei Proverbi rimase
inedita, e non sarebbe da pubblicare qual è, mole
vastissima e indigesta: già nel secolo XVII il
manoscritto originale passò in Roma nella Biblioteca
formata allora dai Barberini, ma bentosto il cardinale
Leopoldo dei Medici, ultimo di quella Casa che avesse genio
magnifico e amore di lettere, ne fece trarre una copia (per cento doble, scrive il Cinelli), la quale
trovasi nella Laurenziana, ed è la migliore che
s'abbia in Firenze; imperocché un'altra copia venuta
poi nella Magliabechiana tra' libri del Marmi, è
fatta su quella, senza agguagliarla per correttezza. Si
divide il manoscritto, secondo le copie, in tre o quattro
grossi volumi, ne' quali però sono i modi proverbiali
in maggior numero dei proverbi veri, di quelli cioè
che racchiudono una sentenza: e non di rado vi si aggiungono
alcune note o spiegazioni, ma non però sempre da
fidarsene, perché il popolo che fa i proverbi non ne
comunica ogni volta il segreto tutto intero ai letterati che
li dichiarano, ed usa certe sue vie abbreviate dove è
facile intricarsi; spesso avvenendo che un sol proverbio si
possa intendere in più modi, e che si applichi a
più casi.
Qualcosa ne diede un'altra Raccolta manoscritta, ma non
di grande importanza, fatta l'anno 1720 da Carlo Tommaso
Strozzi, e della quale una copia è presso di noi.
Traeva lo Strozzi per molta parte i suoi proverbi dal
Vocabolario della Crusca, del quale però quando egli
scriveva non era anco in luce la quarta edizione che
è delle altre tanto più ricca. La quarta e
più assai la quinta edizione del grande Vocabolario
contengono spogli di libri a stampa e di manoscritti ai
quali niun altri poté accostarsi; fatti sopra autori
spesso popolani, molto vi abbondano i proverbi. Nel Tesoretto di Ser Brunetto Latini e nei Documenti
d'Amore di Francesco da Barberino, le sentenze hanno
assai di frequente forma proverbiale: non importa dire
quanto se ne rinvengano di tal fatta nelle Commedie
Fiorentine dal cinquecento fino ai tempi nei quali in Italia
parve la Commedia avere perduto ogni garbo di parola. Dopo
la Crusca parve a noi cosa non inutile spogliare anche il
Dizionario di Carlo Antonio Vanzon, compilazione farraginosa
ma da pescarvi non senza frutto, perche vi è d'ogni
cosa; egli vissuto lunghi anni in Livorno pigliò
anche dalla lingua viva come straniero più che non
sogliono i grammatici nostrali, che in Toscana non vi badano
e in altri luoghi non l'hanno buona.
Raccolte a stampa non abbiamo, se non che molto
insufficienti. Quelle di Orlando Pescetti da Marradi, e di
Angelo Monosini da Pratovecchio, mentre abbondano di
locuzioni, sono povere ambedue di sentenze proverbiali,
delle quali raro avviene che se ne trovi pur una non
registrata dal Serdonati. Volle il Pescetti fare un libro
d'uso comune, a studio di lingua più che ad altro
intendimento, e poté darne più edizioni a
Verona dov'egli era maestro di lettere, ed a Venezia ed a
Trevigi nei primi vent'anni del secolo XVII. Ma per
contrario il Monosini intese ad opera di maggior dottrina;
ed egli scrisse latinamente in quegli anni medesimi, e col
titolo amibizioso di Flos Italicae Linguae, un
libro di lingua, o Fiorentina o Toscana (così la chiama nel frontespizio stesso), di
continuo raffrontando i modi usati nel parlar nostro co'
modi greci e co' latini, dei quali è pure assai gran
dovizia. Ed al Monosini tenne dietro, ma si giovò dei
lavori che prepararono la grande edizione del Vocabolario
della Crusca, il Padre Sebastiano Paoli da Lucca vissuto
fino alla metà del secolo XVIII: intitolava egli il
suo libretto Modi di dire Toscani ricercati nella loro
origine; e basta il titolo a mostrare non essere ivi
luogo a Proverbi se non in quanto si sogliono essi
confondere con le locuzioni: in mezzo a queste era da
cercare se alcuno mai se ne rannicchiasse ignoto a noi o
dimenticato. Di una Raccolta data in Vicenza da Michele
Pavanello nel 1794, questo solamente possiamo dire,
perché il vederla non ci fu dato, che vi abbondano i riboboli, com'è promesso nel frontespizio. Ai
giorni nostri, i Proverbi o meglio Sentenze pubblicate dal Rampoldi, raro è che abbiano forma
proverbiale: ed Antonio Pellegrini, che volle farne quasi un
manuale d'etica (Guida dell'uomo nel mondo ecc. Padova 1846), ebbe il mal gusto di stemperarli in certi
suoi endecasillabi; e troppo scarso è il Florilegio del signor Vienna Canonico Bellunese,
venuto in luce mentre ch'io scrivo. Ma più frequente
è il rinvenire insieme raccolti di quei Proverbi che
hanno risguardo all'Agronomia, dei quali è buon
numero in fine al Corso d'Agricoltura del Lastri, e
se ne fece poi un libretto stampato a Venezia nel 1790 con
aggiunte dell'Autore: gli almanacchi o lunari nostri ne
contengono assai sovente, a cominciar da quegli anni nei
quali rivissero gli studi agronomici promossi tra noi
dall'Accademia dei Georgofili; il professore Cuppari ne
andava illustrando parecchi via via ne' Fascicoli del Giornale Agrario Toscano pubblicato dal Vieusseux.
Dalle Origini del Menagio noi non avevamo
che pigliare, ch'è tutta opera di seconda mano per
ciò che spetta a lingua viva: e poco o nulla potevamo
dall'Ercolano del Varchi, o dalla Tancia o dalla Fiera di Michelangelo Buonarroti, o dalle
annotazioni a quest'ultima d'Antonmaria Salvini,
perché la materia di coteste opere le quali servirono
al Vocabolario della Crusca, si trova quivi alla
spicciolata, e noi da questo abbiamo tratto quel che
appartiene all'istituto nostro: lo stesso diciamo del Malmantile del Lippi e dei Commentarii del
Minucci e del Salvini e del Biscioni a quel poema burlesco.
Dal quale però noi crediamo che avesse attinto il
Giusti nostro, e dal Ricciardetto, e assai
dall'Orlando Innamorato del Berni, e dal Morgante, ma più di rado, il Pulci essendo sprezzante
ingegno ed originale che poetava alla scioperata, senza
attenersi a quelle forme che bell'e fatte se gli offerivano.
Assai proverbi e locuzioni di già tolsero i
Vocabolaristi dalle Commedie del cinquecento; e ne abbondano
le Cronache, e anche gli spacci degli Ambasciatori, e le
lettere o scritture nelle quali si trattavano con le private
le cose pubbliche familiarmente ed alla pari. Né da
noi furono trascurate, di tempi a noi più vicini, le Commedie del Fagiuoli; e fummo lieti quando ci
avvenne di estrarre qualcosa dagli Scherzi comici di
Giambattista Zannoni, al cui nome serba affetto e riverenza
di discepolo chi ora scrive queste parole. Notiamo per
ultimo una Lezione su' Proverbi di Luigi Fiacchi, onesto
ingegno ed elegante, più noto all'ltalia col nome di
Clasio; e un'altra Lezione dove lo stesso argomento venne
trattato per incidenza nell'Atenèo di Brescia dal
valente signor Picci.
Dall'uso vivo abbiamo tratto ancora noi quanto
più potevamo, adoperandoci con molta voglia a fare
incetta di quei proverbi dei quali s'ornano i discorsi
massimamente dei campagnuoli, e in Firenze di quelle donne
che hanno abitudini casalinghe e non possiedono altra
scienza. Quel che da noi non potevamo, ed era la parte
più faticosa e più lunga, aiuti domestici a
noi lo prestarono assiduamente e con amore: né
mancò l'opera degli amici nostri, e fra tutti ne fu
largo di buoni consigli Raffaello Lambruschini, e,
campagnuolo pur egli, vantaggiò assai tutto quel che
spetta in queste pagine all'agricoltura. Anche avevamo noi
posto l'animo, per fare opera più nazionale, a
raccogliere almeno il fiore di quei proverbi che sono in
corso nelle altre parti d'Italia; e da Milano e da Venezia
Cesare Cantù ed Agostino Sagredo, con l'inviarne le
scelte loro, animavano il desiderio nostro. Ma fatto
è che un assai buon numero di sentenze proverbiali
variano poco da un luogo all'altro, e spesso accade che si
rinvenga, da tempi remoti e nelle contrade più
diverse, le stesse immagini adoprate ad esprimere le stesse
cose. Talché i proverbi che appartengono ad una
provincia sola, per molta parte si riferiscono a condizioni
locali o alle istoriche tradizioni di quella provincia, e
stornerebbero pei dialetti che hanno ciascuno il proprio
genio, e male potrebbero insieme confondersi. Vorremmo
pertanto che, seguitando un pensiero suo, ne desse il
Cantù almeno un saggio dei proverbi che sono proprii
alla Lombardia, così da mostrare il carattere che gli
distingue; e insieme con essi quelle locuzioni proverbiali
nelle quali si ravvolge sovente una parte (né la
più inutile) dell'istoria; ed egli potrebbe
agevolmente trarnela fuori perché d'istoria se ne
intende. Vorremmo poi che il Sagredo o il giovane amico suo
signor Guglielmo Berchet lo stesso facessero pel dialetto
veneziano, che argutissimo e grazioso tra' parlari
dell'Italia nostra, si arricchiva di tanto senno nel corso
de' secoli e si animava di tanta vita. Noi non sappiamo qual
altro popolo, in ciò che spetta a scienza pratica,
avanzi il popolo di Venezia; e che i proverbi di quel
dialetto sieno per fare bella comparsa pubblicati di per
sé quando anche riproducano sentenze e forme altrove
note, ne persuadeva una lista trasmessa a noi da que' due
cortesi; e della quale non fu a noi possibile astenerci dal
rubacchiare qualcosa, sebbene escano, come si è
detto, dal proposito della raccolta nostra.
Ma il più gravoso e difficil carico fu
dividere e ordinare, quel meglio che a noi fosse possibile,
la materia di tutti questi proverbi, che a tante cose
risguardano e che rivestono tante forme, senza coerenza
né legamenti. Anche il Pescetti e lo Strozzi nelle
Raccolte sopra citate hanno una sorta di partizione, ma
disutile a parer nostro: e che una il Giusti ne avesse in
mente si può indurre dall'aver egli appuntati di sua
mano alcuni pochi titoli di Categorie affatto generici e
insufficienti a ravvicinare, come in un quadro solo, quelle
sentenze che si rischiarano per analogie; noi da quel cenno
fummo condotti a questa assai più specificata e
più molteplice divisione che uscì man mano
dalla materia stessa. Ma poiché siamo a render conto
del nostro lavoro, ne pare buono fare avvisati i padri e le
madri che avranno in casa questo libro, non lo lascino
andare in mano delle fanciulle né dei fanciulli loro
senza cautele né avvertenze: intorno a queste sieno
essi giudici. Lungi da noi anche il dubbio solo di produrre
opera così fatta, che insegni il male o lo manifesti
senza dare animo a fuggirlo; se così fosse, noi non
avremmo mai posto mano a questo lavoro. Ma qui, per una di
quelle massime che prostran l'uomo nella vigliacca
disperazione del bene, tu ne hai cento che lo rialzano; e la
coscienza ripiglia sempre in fin dei conti le sue ragioni, e
una giustizia riparatrice t'è posta sempre innanzi
agli occhi, donde il linguaggio dei proverbi ha non di rado
forme severe, né solamente contro a' vizi ma contro
a' falli anche minori. Noi confidiamo pertanto che da questo
libro, anziché danno al buon costume, possa venire
una qualche sorta di morale giovamento: perché il
mondo dei proverbi ci si presenta migliore assai del mondo
com'è, o come almeno pare a noi; e nel frequente
avvicendarsi d'opposte sentenze noi non sappiamo temere che
il male prevalga, chi proprio non voglia tirarlo a sé
tutto per trista legge di affinità. Cionondimeno era
nostro debito mettere avanti queste dichiarazioni, cui pare
un'altra dobbiamo aggiungerne perché non sia pigliato
a male quel ch'è d'insolito in questo libro e che ha
bisogno di qualche scusa. Si leggeranno qui tratto tratto di
quelle parole che tra la gente bene allevata non siamo usi
di pronunziare; e alle parole questa età nostra bada
più assai delle passate, di che noi molto ci
rallegriamo, per la speranza che i buoni fatti poi
s'accompagnino al miglior linguaggio. Ma una raccolta come
la nostra, la quale fosse tanto espurgata da non offendere
in nulla mai nemmen le orecchie più schizzinose, noi
non sappiamo immaginarla: e la figura di questo popolo non
vi sarebbe rappresentata; ed a quel modo si perderebbero
molte sentenze in sé onestissime, o rimarrebbero
senza acume; perché le gravi e buone massime che di
frequente vi si rinvengono, quanto più basso hanno il
linguaggio, tanto più veggonsi scoppiar fuori, vive,
spontanee, naturali, dal fondo stesso della coscienza, e
più riescono efficaci. E infine poi qui non sono
altro che irriverenze d'espressione, peccati veri non mai: e
Dante osò nel divin Poema quello che noi non
oseremmo; il che si nota perché non debbano temer di
peggio i lettori nostri, e non a fine di accattare a tenue
fallo ed inevitabile, alto un esempio e un intercessore. Ma
se all'incontro qui si rinvengano alcune sentenze troppo
còlte o alcuni versi troppo lisciati, i quali non
abbiano in tutto la forma dei proverbi popolari, e quindi
mostrino avere anche un'altra origine, egli è
perché molti di questi sono entrati nel parlar vivo
del nostro popolo, benché non fatti da lui; ma gli
ritiene come autorevoli, e così vanno di bocca in
bocca, massime poi quando s'aiutano col soccorso della rima.
Il ch'è pur lode a questo popolo in cui discese tanto
retaggio, e che tanto è più assennato (giova
almen crederlo tuttavia) quanto più crede all'altrui
senno: talché alle volte parrebbe quasi che il
rispetto all'autorità e certi veri di prima mano, sia
necessario al tempo nostro di riattingerli dai proverbi;
come si cerca risuscitare a grande stento ed a uno ad uno i
caratteri d'un vecchio codice, dove i precetti dei sapienti
sieno coperti da una lunga leggenda.
Porremo infine alcuni scherzi e frasi e modi proverbiali,
non come saggio, né come scelta d'una materia
vastissima e che vorrebbe un altro libro; ma erano anch'essi
tra' fogli del Giusti, mescolati co' proverbi, e parve danno
lasciarli indietro. Insieme a quelli era di mano sua anche
un registro di paragoni soliti usarsi quasi proverbialmente
nel discorso familiare; e noi crediamo ch'egli intendesse di
qui aggiungerli a benefizio degli studiosi del parlar vivo,
se gli era dato in vece nostra condurre a fine questo
volume.
GINO CAPPONI
AVVERTIMENTO
Premesso all'edizione del 1871
In questa seconda Edizione abbiamo aggiunto buon numero
di proverbi nuovi i quali sommano circa a due migliaia: la
maggior parte vennero a noi dalla gentilezza del signor
Aurelio Gotti, il quale ci diede facoltà di usare a
volontà nostra la Raccolta da lui pubblicata sotto il
nome di Aggiunta a quelli del Giusti, l'anno 1855.
Egli pertanto scriveva nell'Avvertimento di quella:
<<Speriamo che presto queste due Raccolte si vedano
unite, e in un solo volume abbia la Toscana queste preziose
gemme della sua lingua, e questi documenti della sapienza
del suo popolo.>> Il voto del Gotti è dunque
oggi adempiuto quanto è da noi. Peraltro la
composizione così della prima come anche di questa
seconda Edizione faticosamente messa insieme da più
libri, si deve ad Alessandro Carraresi che a ciò
prestava la sua intelligente accuratezza. Al
Tommaséo, di tante cose benemerito, dobbiamo pure il
dono di alcuni proverbi. Altri ne andò di poi
spigolando il medesimo Carraresi (quelli però che
avevano forma più toscana) da libri a stampa, o
più tardi pubblicati o giunti più tardi a sua
notizia, e sono i seguenti:
- Raccolta di Proverbi Spagnuoli, Francesi e
Italiani (ma in dialetto Veneto) di Herman
Nuñez Professore di Rettorica e di Greco in
Salamanca, dedicati al signor Don Luigi Hurtado di
Mendoza, marchese di Mondejar, presidente del Consiglio
delle Indie, stampati a Salamanca nell'anno 1555, in casa
di Giovan de Canova.
- Lena Francesco, Lucca, 1674 e Bologna, 1694.
- Coletti e Fanzago, Proverbi Agricoli,
Meteorologici e Igienici, 1855.
- Pasqualigo Cristoforo, Venezia, 1858, Vol. III.
- Castagna Niccola, Napoli, 1868, seconda Edizione.
-
GINO CAPPONI
PREFAZIONE DELL'AUTORE
Mio caro Francioni.[1]
Ecco i Proverbi dei quali t'ho parlato le mille
volte raccolti dalla voce del popolo e messi insieme
là là quasi via facendo, per istudio di lingua
viva. Sai che ti sono tenuto dell'amore che ho per gli
studi, perché di tanti maestri avuti da piccolo e da
grande, tu solo colla tua amorevolezza mi facesti gustare il
piacere dell'essere ammaestrato. Lascia dunque che m'appaghi
del bisogno che ho da molti anni di darti pubblicamente un
segno d'affetto e di gratitudine: e accetta questo libercolo
che non è indegno di te per la materia che contiene e
perché t'è offerto di cuore.
Per proverbio intendo quel dettato che chiude una
sentenza, un precetto, un avvertimento qualunque, ed escludo
da questa raccolta certi altri detti come
sarebbero--Conoscere i polli--Metter il becco in
molle--Scorgere il pelo nell'ovo--Stringere i panni
addosso-- questi e altri diecimila che si dicono
proverbi e che i raccoglitori registrano per
proverbi,[2] mi pare
a tutto rigore che debbano chiamarsi o modi di dire o modi
proverbiali. E dall'altro canto molti di questi modi e' mi
sanno un po' troppo di municipio, e abbisognano per
conseguenza di continue spiegazioni, di commenti continui,
l'obbligo de' quali passa poi negli scrittori che fanno uso
e abuso di quei modi a grave scapito dell'intendere alla
prima, che orna e raccomanda tanto ogni sorta di
componimento. È vero che dì oggi dì
domani, oramai anco una buona parte di questi modi è
intesa da tutti, e si hanno come gemme che sparse qua e
là con arte e con parsimonia fanno spiccare
maggiormente il lavoro dello stile e della lingua: ma come
vuoi che passino per cosa chiara e giudicata nel patrimonio
comune--Darsi gli impacci del Rosso--Far gli avanzi di
Berta Ciriegia--Così non canta Giorgio--Calare al
paretaio del Nemi ecc. ecc.--e simili? Modi che
rimarranno più o meno nel peculio speciale di questo
paese e di quello, e che saranno sempre la pietra dello
scandalo per coloro che non essendo di quel dato luogo o non
gli intendono, o se gli intendono gli ficcano a sproposito
quando si fanno a usarli; e poi se li riprendi, ti si
scatenano contro, come si scatenano addosso al Malmantile.
Finalmente, questi modi sono tanti e poi tanti, che il
volerli raccapezzare tutti, e distinguere quelli da mettere
in corso e quelli da dargli il riposo per sempre nel museo
delle voci fossili, sarebbe opera faticosa, tediosa e
interminabile. Per abbreviare il cammino e per fare un fatto
e due servizi, cioè giovare alla lingua e all'uomo,
ho creduto bene di tenermi alle sole sentenze.
Difatto troverai qui, oltre un tesoro di lingua
viva e schiettissima, una raccolta d'utili insegnamenti a
portata di tutti, anzi un manuale di prudenza pratica per
molti e molti casi che riguardano la vita pubblica e
privata. La cura della famiglia, quella della persona,
l'agricoltura, l'industria e persino la cucina, hanno di che
giovarsi in questo libretto; e non credo di spingere la cosa
tropp'oltre se dico che tutti potranno spigolarvi,
cominciando da chi fa i lunari, fino a quello che architetta
sistemi di filosofia. Mi rammento che Bacone, in una delle
sue opere, consiglia i proverbi meditandoli e commentandoli;
e presi quelli di Salomone, ti dà un saggio del modo
tenendi. E veramente questo dei proverbi è cibo da
far pro a tutti gli stomachi; è la vera facile
sapienza, ignota a certi cervelli aerostatici, che te ne
vociferano una tutta loro con tant'aria di mistero in tanto
fogliame di frasi. Costoro presumono condurti per labirinti
alla conoscenza del bene, e spargono per la via aperta e
dilettosa del sapere le tenebre e le spine che hanno nella
testa. Chi ebbe potenza e amore d'illuminare le moltitudini
non fece così: non coniò un nuovo gergo
furbesco, una nuova lingua bara e jonadattica per la morale
filosofia, ma palesò il vero schietto di forme quale
è di sostanza; lo palesò come l'aveva nel
cuore. Tutti nasciamo bisognosi di attingere alle sue fonti
soavi: e perché tenere addietro i brocchetti di terra
cotta? Bella cosa avvolgersi le tempie superbe d'una
cecità di tenebre, e farla da apostolo delle genti e
gridare a chi non intende:--La colpa è vostra, noi
veggiamo le cose dall'alto--quasi fosse questa una ragione
per vederle confuse. E poi se ci tengono per fanciulli,
perché non ci affettano il pane della sapienza? Tanto
più quando hanno in bocca sempre amore e
carità ecc. Paolo diceva ai Corinti: <<A
voi, siccome a parvoli di Cristo, ho dato latte in luogo di
vivanda>> e Gregorio nei Libri Morali: <<Dee il predicatore imporre limiti a sé
stesso e condiscendere all'infermità di chi
l'ascolta, acciocché parlando alla gente
minuta di cose alte e al disopra della loro intelligenza,
non gli avvenga di poner cura più a far mostra di
sé che a giovare altrui>>. Chi non ha
l'idee chiare, e ambisce al titolo di chiarissimo, fa come
la seppia, schizza versi e periodi color tetro e ci si
nasconde. Sono in gran voga gli studi morali, e di morale e
di religione solamente si parla e se ne fa rumore come le
bigotte dell'onestà massime quando l'hanno perduta.
Almeno se ne predicasse e se ne scrivesse in modo da far
dire: eh! per parlare ne parlano a garbo, e se non l'hanno
nel cuore loro, spianano la via per poterla conseguire.
Nulla di più facile che ingannare per viluppi di
parole il minuto popolo e la moltitudine non dotta; la quale
meno intende, più si meraviglia.--Ma che serve
pigliarla sul serio? È meglio che anco lo sdegno
parli volgare. Leggerai detti ora burleschi, ora tremendi e
anco tali da farti ribrezzo, e da porti in dubbio che siano
frutto d'una severa esperienza che abbia voluto fare accorti
gli uomini della loro indole non sempre buona o piuttosto
velenose punture della malignità, mossa dai suoi fini
torti a deridere e a calunniare l'umana natura. Tu, uomo di
cuore, come udirai senza fremere:--Non far mai bene, non
avrai mai male--Il primo prossimo è se stesso--Parla
all'amico come se avesse a doventar nemico--Chi lavora fa la
gobba, chi ruba fa la robba? --Pure, amico mio, vedi e
considera: non ti dico altro perché ho a schifo
d'entrare anch'io nel branco dei disperati e degli
sgomentatori che gridano sperpetue come porta l'uso e la
noia. L'uomo certamente non è quale lo vorrebbero i
buoni che l'amano, o quale predicano che dovrebb'essere
certuni i quali mossi da tenebrosa perfidia o da buona
volontà, ma incapace di farti progredire d'un passo,
ti stroppiano sotto colore di volerti accomodare. Ed
è vero verissimo (lascia belare in contrario certi
beati innocenti) che dovendo vivere nel mondo, è bene
sapere che a volte l'abbiamo a fare co' furbi e co' bricconi
che ci giuocano e ci mercanteggiano come animali da pelare e
da scorticare: per uno o due di costoro che ti s'avvolga tra
i piedi, non metterai tutti nel mazzo, né camminerai
meno spedito. Se lungo la via ti s'attraversa una spina,
accuserai della puntura i fiori che ti sorridono d'intorno?
Calpestala e prosegui. E poi a ognuno di questi proverbi
eccotene un altro in contrario--Mal non fare, paura non
avere--Bisogna fare a giova giova--Chi ha arte ha
parte--quasi che la prudenza medesima ti dicesse; eccoti
dal lato manco uno scudo che ti difenda da' malvagi; dal
destro un lume che ti scorga co' buoni per la via della
virtù.
Valendomi delle raccolte edite e inedite fatte sino a qui
e delle quali mi sono stati cortesi Gino Capponi, Pietro
Bigazzi, Cesare Pucci ed altri, ho trovato parecchie di
queste sentenze ma quasi sempre smarrite in un mare magno di
quei modi di dire che t'ho accennati di sopra. Oltr'a
questo, per quel po' di sentore che posso avere io di queste
cose, mi pare che quei raccoglitori prendessero i proverbi
piuttosto dai libri che dal popolo; ovvero, parendo loro che
il modo popolare desse nel triviale, e' gli ritoccavano e
davano la vernice non dico a tutti ma alla maggior parte.
Difatto ho dovuto rettificarne molti rimettendo le grazie
spontanee dell'uso nel posto usurpato dalle frasi dell'arte
e questa è stata forse non dirò la fatica ma
la noia maggiore Te ne darò uno o due per saggio, e
il resto lo vedrai da te. Trovo scritto:--Se vuoi viver
sano e lesto, fatti vecchio un poco presto, e sento
dire--Se vuoi viver sano e lesto, fatti vecchio un po'
più presto--la differenza è piccola, ma un poco presto è troppo indefinito e non
viene a designare così esattamente il tempo del farsi
vecchio, come se dirai un po' più presto, cioè qualche anno prima di quello che non
potrebbe l'età. Le raccolte segnano: --Non
è mai gagliardia che non abbia un ramo di
pazzia--e la gente--Non è mai gran gagliardia,
senza un ramo di pazzia--e qui la diversità non
serve notarla che dà nell'occhio da sé. I
compilatori registrarono:--Non è alteratezza
all'alterezza eguale--d'uomo basso e vil che in alto stato
sale--mentre si dice comunemente --Non è
superbia alla superbia eguale--d'uomo basso e vil che
in alto stato sale--e mi suona più esatto,
perché alterezza è qualcosa di
più dignitoso che superbia. I libri
portano:--Fra gente sospettosa non è buon
conversare--e l'uso --Tra gente sospettosa conversare
è mala cosa--Nella chiesa co' santi ed in taverna co'
ghiottoni--e si dice:--In chiesa co' santi,
all'osteria co' ghiotti.--Piccole differenze; ma
osservabili per lo studio della lingua, per la facilitazione
della pronuncia, e per quel non so che di franco e di brioso
che è dote speciale del parlare e dello scrivere alla
casalinga. Apri gli scrittori e vedrai che quando la misura
del proverbio non istà a capello a quella del verso o
non fa al suono e alle altre ragioni del periodo, te
l'accomodano e spesso te lo stiracchiano sul letto della
rima e su quello della prosa. Prendendo i poeti e tra i
poeti i migliori, trovi nell'lnferno:
Che saetta previsa vien
più lenta;
e nel Petrarca:
Che piaga antiveduta assai men
duole:
belli senza dubbio, anzi mirabili, ma il proverbio
abbraccia più largamente e dice: Cosa prevista,
mezza provvista.--Il Forteguerri finisce così
un'ottava di Ricciardetto:
Che chi aggiunge sapere,
aggiunge affanno,
E men si dolgon quelli che men sanno:
e il popolo: Chi aggiunge sapere, aggiunge dolere; chi
men sa men si duole. --Vedi quanto è più
rapida e direi più acuta l'espressione popolare,
più atta per conseguenza a imprimersi nella memoria.
Di questi esempi, o per meglio dire di questi confronti,
potrei fartene una filastrocca lunga un miglio, ma a che
pro? Per mostrare d'aver scartabellate delle pagine e
scarabocchiata della carta? Ti basti che dal vero proverbio
a quelle sentenze, o a quelle arguzie che vi sono state
lucidate sopra, ci corre novantanove per cento, quanto dalla
lingua scritta alla lingua parlata; quella più
corretta se vuoi, questa certamente più spontanea,
più viva, più efficace. E poi come ti diceva e
come sai meglio di me, i proverbi sono stati coniati alla
guisa e all'uso del discorso famigliare, e volendo
servirsene a ogni giorno, per non cadere in dissonanze o in
affettazioni insoffribili è necessario ritenerli
nella loro espressione primitiva e legittima. Discorso
facendo o scrivendo lettere, commedie, saggi, o che so io, e
scrivendoli alla buona come dovremmo fare un tantino di
più; tu non diresti col Pulci:
Che quel ch'è destinato
tor non puossi;
ma come dicono tutti--A quel che vien dal cielo non
c'è riparo--né diresti col divino
Ariosto:
A trovar si vanno,
Gli uomini spesso, e i monti fermi stanno;
ma piuttosto colla lavandaia:--I monti stan fermi e le
persone camminano.--Ho avuto in mira di notare i
proverbi come si dicono a veglia, o, per dirla in gergo
dissertatorio, di restituirli alla pristina forma popolare
alterata e spesso corrotta dagli scrittori. Avverti
però che molti di questi proverbi, non tutti gli
dicono a un modo e colle stessissime parole; anzi variano
assai o nel più o nel meno da persona a persona, da
paese a paese. Sono stato in dubbio di notare tutte le
maniere di dirli, poi mi son risoluto di porne solamente
alcune, e per me tenermi sempre a quella che mi pareva la
più vera, la più usitata, lasciami dire la
più domestica, prendendo per norma la vivacità
e la concisione, che mi paiono i segni certi della
legittimità. Spero che di questa diligenza me ne
sapranno grado almeno quei pochi che hanno fede anco nei
vocaboli e nei modi non ancora battezzati nell'inchiostro; e
con questi entro di balla e pecco allegramente, devoto
più all'uso che ai trattati del bello scrivere, e i
linguaj me lo perdonino, seppure il nipote non ha da
comandare al nonno. E per istare in chiave, dando
all'orecchio la parte sua e slargando anco il cerchio
dell'ortografia, ho scritto obbedire e ubbidire,
legne e legna, non v'è , non c'è e non è, estate e state, verno e inverno, danari e denari, molino e mulino,
ruota e rota, uomo e omo, uovo e ovo,
diventare e doventare, e così via
discorrendo. Se ho fatto bene o se ho fatto male, i
lambiccatori lo diranno, ché io per me non sono gran
cosa forte nella chimica applicata alla lingua e son tentato
a stimar beati coloro che scrivevano come sentivan dire,
perché dacché si copia come si legge non
abbiamo fatto di grandi avanzi. E questo non per amore di
licenza, ma perché ho veduto anch'io quanto giovi
all'armonia l'aggiungere o il togliere una lettera, o il
sostituirne una ad un'altra, purché sia fatto a tempo
e quel che conta senza affettata disinvoltura. Ma tornando
in chiave mi pare che i due giudici competenti d'ogni
scrittura sieno l'occhio e l'orecchio; e quando non
s'ascoltano insieme, si corre risico che l'uno corrompa le
ragioni dell'altro: però è sempre bene leggere
a voce alta le cose scritte e ritoccare i discorsi
improvvisati. Perché vi sono taluni che per aver
fatto gran filza di vocaboli e di modi scrivono di
vantaggio, e si danno l'aria di passeggiare sulle
difficoltà della lingua come ballerini di corda, ma a
chi non ha l'orecchio intasato, e' paiono servitori di
piazza che s'impancano a ciangottare francese e inglese a
tutto pasto, compensando i continui sfarfalloni
coll'affettare l'erre gutturale o col tenere la
lingua attaccata al palato.
Tu nota intanto i così detti pleonasmi che messi
con garbo e usati parcamente, a noi un po' andanti in fatto
di grammatica paiono elegantissime
negligenze:--Dov'è il Papa ivi è
Roma,--Dove manca l'inganno ivi finisce il danno--e gli
idiotismi in grazia della pronunzia:--La peggio ruota
è quella che cigola, perché dicendo peggior ruota, se tra una parola e l'altra (che
riesce incomodo e sgradito) non fai uno stacco, quelle due erri t'intronano e quasi t'avviluppano la lingua. E
le trasposizioni messe o per allettare l'udito dando alle
parole un suono che s'avvicini a quello del verso, o per
tener desta l'attenzione invertendo l'ordine del discorso e
quasi facendola cascar d'alto:--Dove bisognan rimedi il
sospirar non vale. Nota i ravvicinamenti e i paragoni
ora scherzosi e bizzarri come:--Frate sfratato e cavol
riscaldato non fu mai buono--Predica e popone vuol la sua
stagione;--ora seri e profondi come:--Gli errori dei medici son ricoperti dalla terra, quelli dei
ricchi dai denari-- La buona fama è come il
cipresso--La coscienza è come il solletico.--Nota
i versi e le rime false come nei canti popolari:--Dove
può andar carro non vada cavallo--Chi nel
fango casca, quanto più si dimena e più
s'imbratta--Chi cavalca alla china, o non è sua la
bestia o non la stima.--Nota quelli che in poche parole
contengono un Apologo:--La gatta frettolosa fece i
gattini ciechi--La superbia andò a cavallo e
tornò a piedi--Il leone ebbe bisogno del topo-- La
botta che non chiese non ebbe coda;--Nota le parole
accozzate insieme, e, se m'è lecito dirlo,
personificate:-- Com'uno piglia moglie egli entra nel
pensatoio--La morte è di casa Nonsisà --Fidati
era un buon uomo, Nontifidare era meglio.--Infine nota i
verbi nuovi che hanno aria d'essere stati trovati lì
per lì a risparmio di lunghe parole, come indentare per mettere i denti, sparentare per
togliere, morendo, la paternità, o per uscir di
parentela:--Chi presto indenta presto
sparenta;--istrumentare porre in pubblica
scrittura:--Chi ben istrumenta ben dorme;--invitire per coltivare a viti. E poi tacciamo Dante di strano e di
bizzarro, perché quando gli tornava meglio (dicono)
inventava i verbi di sana pianta. --
Dislagarsi, elevarsi dal lago:
Che verso il ciel più
alto si dislaga:
Intuarsi, entrare nell'animo tuo:
S'io m'intuassi come tu ti
immii:
Mirrare, aspergere di mirra:
Ebber la fama che volentier
mirro:
Dismalare, levare il peccato d'addosso:
Lo monte che salendo altrui
dismala.
Questi non erano licenze sue né d'altri che hanno
fatto altrettanto, ma usi nostri, usi d'un popolo padrone
della propria lingua, che la maneggiava a modo suo senza
paura dei Grammatici. Questi presero a comandare a bacchetta
in un tempo nel quale e il pensiero e l'atto e la parola
piegavano sotto l'autorità (al vedere, le
servitù piovono tutte a un tratto); imposero leggi e
confini alla lingua senza conoscerla tutta quanta; turati
gli orecchi alla voce del popolo che gliela parlava schietta
e viva, s'abbandonarono a un gran scartabellare di scritture
per trarne tante filze più o meno lunghe di vocaboli,
quante sono le lettere dell'alfabeto. Poi chiuso il libro,
gridarono come Pilato: quel ch'è scritto è
scritto; ma il popolo seguitò a parlare com'era
solito. Di qui la funesta divisione di lingua dotta o lingua
usuale; in famiglia si parlò a un modo, a tavolino si
scrisse in un altro. Contro certi modi intesi da tutti, ma
non usati dagli scrittori s'incominciò a gridare
basso, triviale e disadorno, e apparve la levigatezza; ma
l'evidenza, la proprietà e l'efficacia se n'andarono.
Per un lei o per un lui nel caso retto, e per
simili buffonate, da questi scomunicati non fu ammesso il
Machiavelli alla comunione dei testi di lingua. Ma che vuol
dire che tra le scritture s'è fatto sempre più
caso di quelle poche venute da certi bravi ignoranti, come
la Vita di Benvenuto Cellini ecc.? Chi è che vorrebbe
le latinerie del Bembo, piuttostoché le fiorentinerie
del Vasari, o quel perpetuo dir le cose in due o in tre modi
di Benedetto Varchi invece della facile andatura del Segni?
Dicono: <<la nostra lingua pecca nell'umile e nel
discinto (e qui vanno a pescare il tempo della nascita e
d'onde le venne questo peccato originale), e' bisogna
rialzarla e vedere di tenerla più serrata cogli aiuti
della latina che le fu mamma e nutrice>>. La lingua
latina ha il piglio imperioso dei signori del mondo; noi non
siamo domini neppure in casa nostra; eh via, scimmie,
lasciate andare: perché non potete parlare da
padrone, volete parlare da servi? Chi corrompe la lingua
corrompe il popolo che la parla, e la corruttela viene dalla
licenza come dalla servirtù. A volte questi libri
latinanti mi si personificano, e gli vedo colle spalle nella
pretesta, e colle gambe nelle brache: meglio vestire de'
nostri cenci da capo a piede, e siano pure di panno fatto in
casa. Fin qui si scrisse come si parlava, da qui avanti si
scriverà come scrisse chi arrivò prima di
noi.
E già che ci siamo, vedi la ricchezza della lingua
e la prontezza, il brio, l'ubertà dell'ingegno
popolare: vedi in quanti modi si dice e si rivolta una
stessa sentenza, con quanti strali puoi ferire ad un segno,
e per quante vie condurre o esser condotto a un punto
medesimo. Vuoi riprendere un presuntuoso esprimendo la
differenza che passa dal concepire o progettare una cosa,
all'eseguirla?--Dal detto al fatto c'è un gran
tratto--Altro è dire, altro è fare--Il dire
è una cosa, il fare un'altra--I fatti son maschi e le
parole femmine.-- Vuoi fare avvertito l'amico di tener
l'occhio alla penna in un acquisto, in una contrattazione
qualunque?--A chi compra non bastan cent'occhi e a chi
vende ne basta un solo--A buona derrata pensaci--Da' gran
partiti pàrtiti--La buona derrata cava l'occhio al
villano--Sotto il buon prezzo ci cova la frode--Vuoi
consigliare alcuno d'andare avvisato di non precipitare
troppo le cose, d'aspettar favore dall'occasione?--Chi va
piano va sano--Adagio a' ma' passi--Col tempo e colla paglia
si maturan le sorbe-- Roma non fu fatta in un
giorno--Dài tempo al tempo--Il tempo viene per chi lo
sa aspettare.--Vuoi mordere questa moda dei frontespizi
strambi e da cavadenti; la boria, la petulanza del ragazzino
enciclopedico; la vernice in generale dei libri, dei modi,
degli abiti e delle parole?--Il buon vino non ha bisogno
di frasca--Ai segni si conoscono le balle-- Una rondine non
fa primavera--Chi si loda s'imbroda.-- Vuoi raccomandare
la prudenza, il segreto, il parlare tardo e grave, proprio
dei savi?--Al prudente non bisogna consiglio-- Temperanza
t'affreni e prudenza ti meni--A chi parla poco, basta la
metà del cervello--Apri bocca e fa ch'io ti
conosca--Al canto l'uccello, al parlare il cervello--Al
savio poche parole bastano--Bocca chiusa e occhio aperto non
fe mai nessun deserto--Un bel tacere non fu mai scritto--
Assai sa chi non sa, se tacer sa--In bocca chiusa non
c'entra mosche--Tutte le parole non voglion risposta--Il
tacere adorna l'uomo.--Vuoi ammonire taluno di non
abbandonarsi troppo al favore della fortuna, credendo
sé al bene del momento, quasi fosse caparra di
perpetua felicità?--Fino alla morte non si sa la
sorte--Alla fin del salmo si canta il Gloria--Chi
è ritto può cadere --Chi è in
alto non pensa mai di cadere--Finché uno ha denti in
bocca, non sa quel che gli tocca.--Raccomandare
l'economia, il risparmio, la sobrietà, il pensiero
del poi?--Chi la misura la dura--Bisogna far la spesa
secondo l'entrata--Chi ha poco spenda meno-- Grassa cucina,
magro testamento--Pranzo di parata, vedi grandinata--Chi ha
poco panno, porti il vestito corto-- N'ammazza più la
gola che la spada--Impara l'arte e mettila da
parte.--Ammonire di cogliere il destro, di star
vigilante?--Ogni lasciata è persa--Chi ha tempo,
non aspetti tempo--Una volta passa il lupo--Chi cerca trova,
e chi dorme si sogna--Chi dorme non piglia
pesci--Esprimere l'amore della famiglia, della casa, del
proprio paese?--A ogni uccello suo nido è
bello--Ogni uccello fa festa al suo nido--Casa mia, casa
mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia.-- E
questi due tenerissimi: Casa mia, mamma mia-- Legami mani
e piei. e gettami tra' miei--Consigliare la
carità, l'amore, l'aiutarsi scambievole?--Una mano
lava l'altra--Del servir non si pente--Chi beneficio fa,
beneficio aspetti--Chi altri tribola sé non
posa--Bisogna che il savio porti il pazzo in
ispalla--Esortare a non avvilirsi, a non
vendersi?--Chi prende, si vende--Chi non vuol piedi sul
collo, non s'inchini--Per tutto nasce il sole --Bocca
unta non può dir di no--Ma basti così,
ché altrimenti non si finirebbe mai. Ecco quanta luce
deriva e si spande dal sapere di molte generazioni riunito
in un sommario di formule brevi e schiette e sugose, e come
nei figli passa di mano in mano sempre intera e fruttifera
l'eredità del senno e dell'esperienza dei padri.
Oh! qui non ti farò malinconiche interiezioni
sulle cure, sulle fatiche e sulle vigilie spese in questo
lavoro: anzi ti dirò schiettamente che avendo
cominciato da lungo tempo a notare giorno per giorno tutti i
proverbi che mi capitavano alI'orecchio conversando colle
persone del popolo e specialmente coi campagnoli, mi son
trovato fatto il lavoro quasi senza accorgermene, e adesso
non lo do per una gran bella cosa, ma per quello che
è. E bada qui a una cosa singolarissima. Questi
proverbi sono oramai tanto comuni e tanto immedesimati colla
lingua, che udirai mille volte a mezzo il discorso: <<dirò come diceva quello.... c'entra il
proverbio>> e senza dire altro, proseguire; e
quella reticenza supporre un detto conosciuto da tutti, e
però superfluo a ripetersi. Che se poi gli dicono; o
gli dicono a mezzo, ovvero macchinalmente come le frasi
più usitate, come direbbero: buon giorno o buona sera ecc. Ho domandato mille volte alla gente
idiota cosa significasse un tal proverbio, e così
staccato, non me l'hanno saputo dire; ma appena ho chiesto a
che proposito lo dicessero, me n'hanno resa subito perfetta
ragione; per la qual cosa si può dire che versano
dalle labbra una sapienza che non sanno di possedere, come
uno si dà a un lavoro, a una fatica, senza avvertire
la capacità delle proprie braccia. Una sera a
Firenze, in una delle poche case, a grave danno del Faraone
tuttavia rallegrate da quella gaia ma ora inelegantissima
anticaglia dei giochi di pegno, mi trovai al gioco dei
Proverbi che si fa mettendosi tutti in un cerchio donne e
uomini, e buttandosi uno coll'altro un fazzoletto colla
canzoncina <<Uccellin volò volò, su
di me non si posò, si posò sul tale e
disse....>> qui tirano il fazzoletto sulle
ginocchia della persona nominata e dicono un proverbio; e
bisogna dirlo presto, e che non sia detto avanti da nessuno,
altrimenti si mette pegno. Io che son nato in provincia e
son sempre malato grazie a Dio delle prime impressioni,
udendo quel diluvio di proverbi, e con quanta prontezza
quelle fanciulle vispe e argute trovavano il modo di
punzecchiarsi tra loro, di burlare gli innamorati, di
canzonare i grulli e di mettere in ridicolo la cuffia di
questa e la parrucca di quello, confesso il vero che c'ebbi
un gusto matto, e posso dire che fino d'allora mi detti a
questa raccolta, perché tornato a casa segnai tutti i
proverbi che mi ricorsero alla memoria.
Volevo fare giù giù proverbio per proverbio
un breve commento riportando fatterelli, citando passi
d'autori che facessero al caso, e avevo già dato
mano, ma me n'uscì presto la voglia, e mi limitai a
poche e necessarie osservazioni, un po' per infingardia, e
un po' perché parendomi che la maggior parte di
questi proverbi si spiegasse meglio da sé, non volli
profittare del diritto che s'arrogano i commentatori, di
spiegare le cose per paura che sieno intese alla prima. E
poi vedi bene che sono in età da aver bisogno
d'imparare, e a fare il savio o l'erudito, o non ci avrei la
gamba o rischierei di dare un tuffo nel pedante e nel
ciarlatano. Finalmente ti confesso alla bella libera che mi
ritenne più di tutto il timore d'entrare in
chiacchiere co' sapientucci e co' parolai, ciurma gretta,
fastidiosa e stizzosa quanto Dio vuole. Paghiamo al nostro
paese ognuno il suo tributo, chi d'oro e di gemme, e chi in
moneta d'argento o di rame secondo la sua
possibilità. E poi beato quello a cui riesce vivere e
morire lontano da ogni gara, da ogni presunzione, e
scrivacchiare di quando in quando come gli detta l'animo,
senza aggiunger legne al grande incendio del pettegolezzo
letterario che riarde ogni giorno a danno del decoro e del
vero. In questo universale palleggio di lodi e di vituperii,
all'uomo onesto fa stomaco di stare a vedere chi gioca, non
che d'entrare nella partita. Ecco la materia quasi greggia;
altri più forte e più coraggioso di me ci
metta le mani e ne faccia la pasta che vuole.
Chi sa quante centinaia di proverbi girano tuttora
inavvertiti per la bocca del popolo? La nostra lingua
n'è tanto ricca, che tutti quelli che da buoni e
onesti paesani non si vergognano di saperla parlare, non
riescono a dire tre parole senza incastrarci un proverbio.
Io di certo non ho potuto raccoglierli tutti, perché
è quasi impossibile che uno solo possa trovarsi a
udirli quanti sono; e forse chi sa che a farlo apposta non
mi siano sfuggiti i più usuali, cosa facilissima per
chi gli ha familiari, come è facile far la testa al
gioco che si gioca più spesso, balbettare nelle
orazioni che si ripetono mattina e sera, o dimenticarsi in
un invito appunto l'amico che vediamo ogni giorno. Ho fatto
ciò che ho potuto e continuerò in questo
lavoro per tutta la vita, pregando di fare altrettanto te e
tutti quelli che amano la nostra lingua, e il senno da
spendersi via via per i minuti bisogni. Da tante mani mosse
d'amore e d'accordo a un'opera stessa riuscirebbe ciò
che non può essere riuscito a me solo o per difetto
d'ingegno o per altre cagioni che non dipendono da me. Sia
come vuol essere, accetta questo libercolo, e godi come godo
io d'appartenere a una nazione che nel suo guardaroba, oltre
agli abiti di gala, ha una veste da camera di questa fatta.
Addio.
GIUSEPPE GIUSTI
NOTE
- Andrea Francioni, anima gentile,
ingegno modesto, fu accademico della Crusca:
infelicissimo nella vita, morì nel settembre del
1847, prima di compiere i 50 anni. (nota
dell'Editore).
- Vedi il Cecchi, il Serdonati e tutti
i raccoglitori, nessuno eccettuato.