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Paura, Coraggio, Ardire
A can mansueto, lupo nel salceto.
Ai mali estremi, estremi rimedi.
Bene fatto per paura non val niente e poco dura.
Cane scottato dall'acqua calda, ha paura della
fredda--e
Chi è inciampato nelle serpi, ha paura
delle lucertole--e
Al tempo delle serpi, le lucertole fanno paura.
Carico di ferro, carico di paura.
Chi molto si guarda, molto
teme.
C'è una pazzia, che è un gran giudizio.
Ardire a tempo è
prudenza.
Chi corre, corre, e chi fugge vola--e
Benché la volpe corra, i polli hanno
l'ale.
Chi fugge il lupo, incontra il lupo e la
volpe--e
Chi si guarda dal calcio della mosca, tocca quel
del cavallo.
Chi fugge, mal minaccia.
E grida sì, che lo
può ben sentire,
Aspetta, chè chi fugge, mal
minaccia. (BERNI, Orl. Inn.)
Chi guarda i nemici, li grida più di quelli che
sono.
Chi ha paura d'ogni figura, spesso inciampa
nell'ombra.
Chi ha paura, non vada alla guerra--e
Chi teme acqua e vento, non si metta in mare.
Chi ha paura si faccia sbirro.
Chi ha paura, si guardi le brache.
Chi muor di paura, si seppellisce nelle vescie.
Vescia, è specie
di fungo bianco che nasce ne' prati: ma nel traslato,
fantasia vana, falso concetto, cosa senza conclusione;
che si direbbero anche vesciche.
Chi non risica, non rosica--o
Chi non s'arrischia, non acquista (e
anche: non perde. e non acquista)--e
Chi non arrischia il suo non acchiappa quel
d'altri.
Chi non s'avventura, non ha ventura--e
Chi nulla ardisce, nulla fa.
Chi teme, è in pene--e
Le paure e le sciagure fanno sudar di gennaio.
Chi teme la morte, non stima la fama.
Del mal che si teme, di quello si muore--e
La paura del morire è peggio della morte.
E' non son tutti uomini quelli che pisciano al muro.
Non tutti gli uomini son
bastanti a rispondere e a stare a tu per tu con
altr'uomo.
Fortuna i forti aiuta, e i timidi rifiuta.
Fuol del pericolo ognuno è bravo.
Gamba mia, non è vergogna, di fuggir quando
bisogna.
Fuggire per viltà
è vergogna, scansare un pericolo è
prudenza; disconverrebbe in bocca a un soldato; in bocca
a un che è sul punto d'innamorarsi, o di mettersi
in un ginepraio simile, non starebbe male.
Gli spaventi sono peggio dei mali.
Però dicesi proverbialmente quando s'è
scampato un danno o rinvenuto più lieve che non si
pensava: la paura è stata maggiore del
male.
Gran pericolo, gran guadagno.
Il bastone fa tuggire il cane dalle nozze.
L'armi de' poltroni non tagliano né forano.
La paura non ha ragione.
La va male, quando si chiama a soccorso.
Le pitture e le battaglie si veggono meglio da
lontano.
Mal delibera chi troppo teme--e
La paura scema la memoria.
Neanche Orlando ne voleva più d'uno--e
Contro due non la potrebbe Orlando--e
Contro due fratelli non ne volle il diavolo.
Non bisogna fare (o farsi) il diavolo più
nero che non è.
Non bisogna fasciarsi il capo prima di romperselo.
Non tutte le volte che si veggono i denti, s'ha paura de'
morsi.
Ogni timidità è
servitù--e
Per timore non perder l'onore.
Per ogni civetta che si senta cantare sul tetto, non
sogna metter bruno.
Si presta l'armi, ma non il braccio.
Tal minaccia che vive con paura--e
Di chi fa il bravo per ismaltire o per
ingannare o per nascondere la gran paura che ha in corpo,
suol dirsi: «la paura lo fa
cantare.»
Tal piglia leoni in assenza, che teme un topo in
presenza.
Tra due poltroni il vantaggio è di chi prima
conosce l'altro.
Tutte l'armi di Brescia non armerebbero la paura d'un
poltrone .
Tutti son bravi quando il nemico fugge--e
A can che fugge, dàgli, dàgli.
Un furfante governa cento poltroni, e cento poltroni non
governano un furfante.
Pazienza, Rassegnazione
A questo mondo bisogna o adattarsi, o arrabbiarsi, o
disperarsi.
Beato chi porta il giogo a buon'ora.
La disciplina dell'educazione o
l'educazione della sventura, beato colui che di buon'ora
l'ha prese, cioè innanzi d'avere il collo
indurito.
Bisogna fare di necessità virtù.
Tutti ubbidiscono alla
necessità; ma in questo non è né
frutto né merito; conviene fare a sé
appoggio di forte rassegnazione.
Chi è nelle pene, Iddio sostiene.
Chi ha pazienza, ha gloria.
Chi ha pazienza, ha i tordi grassi a un quattrin
l'uno.
Avere pazienza, s'intende non aspettare nel linguaggio più
comune.
Chi luogo e tempo aspetta, vede alfin la sua
vendetta--e
Siedi e sgambetta, e vedrai la tua vendetta.
Sgambettare, propriamente
è dondolare le gambe a modo di chi sta in ozio; vendetta non è qui la vendetta che offende
altrui, ma è compenso, riparazione.
Chi non ha pazienza non ha niente.
Chi patisce compatisce.
Chi si lamenta, non può guarire.
Chi vuol giusta vendetta, in Dio la metta.
Colla pazienza il gobbo va in montagna.
Si fanno adagio le cose, ma pure
si fanno.
Colla pazienza, s'acquista scienza.
Colla pazienza si vince tutto.
Col soffrire s'acquista.
Il sopportare non nocque mai.
La pazienza è dei frati, e delle donne che han gli
uomini matti--e
La pazienza la portano i frati.
Risposta di chi si rifiuta di averne,
celiando sulla parola pazienza che vale
altresì scapolare.
La pazienza è la virtù degli asini o de'
Santi.
Perché abbiamo più
affetti che parole, noi diamo sovente a opposte cose gli
stessi nomi; e la pazienza de' forti uomini non è
per nulla quella degli asini, sè noi volgo la
intendessimo.
La pazienza è una buon'erba, ma non nasce in tutti
gli orti--e
Della pazienza non ne vendono gli speziali.
La pazienza non è da
tutti, ma solamente è in quelli che sanno vincere
sé medesimi. (SERDONATI.)
Lascia fare a Dio, ch'è Santo vecchio.
(Vedi Illustrazione XXV.)
La vendetta non sana piaga.
Né pianto né bruno non suffraga
nessuno.
Non fruttifica, chi non mortifica.
Non v'è mal che non finisca, se si soffre con
pazienza.
Pace e pazienza, e morte con penitenza.
Pazienza, tempo e denari acconciano ogni cosa. Pazienza
vince scienza.
Quel che sarebbe grave, fa pazienza lieve.
Levius fit patientiâ
quidquid corrigere est nefas. (ORAZIO.)
Saggio è chi sa soffrire, spesa danno e
martìre.
Sai tu com'ella è? come l'uomo se l'arreca.
Soffri il male, e aspetta il bene.
Sopporta e appunta un mal, chi non vuol giunta.
Chi non vuole tirarsi addosso un
altro e peggior male, l'insofferenza.
Tempo verrà che il tristo varrà.
Tristo qui vale meschino; un tristanzuolo non è un
malvagio: <<così tisicuzzo e tristanzuol mi
parete>> (BOCCACCIO.)
Un buon paio d'orecchi stancano cento male lingue.
Vince colui che soffre e dura.
Perseveranza
A goccia a goccia s'incava la pietra.
Alla fin del salmo si canta il Gloria--e
Al levar delle nasse si vede la pesca--e
Allo sfrascar si vede quel che hanno fatto i
bigatti--e
Al levar delle tende si conosce la festa.
Alle prime minestre non s'ingrassa.
Al primo colpo non cade l'albero.
A nullo luogo viene, chi ogni via che vede tiene.
Cento cale e cento pesci, una le paga tutte.
Proverbio dei pescatori per non
lasciarsi scoraggiare dalla mala riuscita delle prime
cale o calata della rete. Questo qui si deve alla
gentilezza e amicizia del sig. Enrico Mayer.
Chi di dieci passi n'ha fatti nove, è alla
metà del cammino.
Chi la dura, la vince.
Il buon nocchiero muta vela, ma non tramontana.
Il palio si dà da ultimo.
Imprendi, e continua.
I pesci grossi stanno in fondo.
La coda è la più cattiva a
scorticare--e
Nella coda sta il veleno.
La fine è la parte più
difficoltosa delle cose; gli affari si lasciano dietro
sé una coda malagevole a venirne a capo,
perché impensata o non curata da
principio.
La fatica promette il premio, e la perseveranza lo
porge.
L'importuno (o l'impronto) vince l'avaro.
Dicesi anche d'altro che del
chiedere.
Per un miracolo non si va sull'altare.
Ride bene chi ride ultimo.
Sotto piombo si trovano le vene d'oro.
Tristo a quel bifolco che si volta indietro a guardare il
solco.
Troppo voltare fa cascare.
Dunque Girella aveva fatto i
conti avanti l'oste quando cantava:
Noi valentuomini
Siam sempre ritti ecc.
Tutti i principii son deboli.
Ma perché l'avere
cominciato è pure qualcosa, e con la buona
volontà è tutto, si trova anche:
Niun principio fu mai debole.
Piacere, Dolore
Anco tra le spine nascono le rose.
A palati i guai, e la morte mai.
Pensiero animoso: non mori,
sed pati, diceva Santa Teresa.
Bocca con dolore non dice bene.
Chi fece del seren troppo gran festa,
avrà doglia maggior nella tempesta.
Chi ha avuto il gusto, prenda il disgusto.
Chi mangia aloè, campa gli anni di Noè.
Nel proprio, per la
qualità medicinale dell'aloè.
Chi perde piacere per piacere, non perde niente.
Chi vuole allettare i colombi alla colombaia, bisogna
dargli del ciminio.
Delizie temporali portano mille mali--e
Da diletto temporale temer dei qualche gran
male.
Di dolore non si muore, ma d'allegrezza sì.
Dolce vivanda vuol salsa acerba.
Dopo il dolce ne vien l'amaro.
Medio de fonte leporum surgit
amari aliquid, quod in ipsis floribus angit.
Grave è la tristezza che segue l'allegrezza.
I gran dolori sono muti.
Parvæ curaæ
loquuntur, ingentes stupent. (TERENZIO.)
I guai non son buoni col pane.
Fanno cattivo
companatico.
Il dolore è sempre asciutto.
Il dolore non invecchia.
Il duol fa bello.
Il mèle si fa leccare, il fele si fa sputare.
Il piacere non ha famiglia e il dolore ha moglie e
figliuoli.
Il piangere è un sollievo.
Il ricordarsi del male raddoppia il bene--e
Quel che fu duro a patire, è dolce a
ricordare.
E viceversa: non è
<<maggior dolore Che ricordari del tempo felice
Nella miseria.>> Il che si esprime giocando sul
nome d'un fiume noto in quel di Pisa con questo altro
proverbio:
È un mal fiume l'Èra.
Cioè, la memoria e il desiderio
d'un bene perduto, o «Il misero orgoglio D'un tempo
che fu.>>
Impara piangendo e riderai guadagnando.
In cibo soave spesso mosca cade.
In guerra, nella caccia e negli amori, in un piacer mille
dolori.
I travagli fan tornare il cervello a bottega.
I travagli son ladri del sonno.
I travagli tiran giù l'anno.
Un giorno ti fa invecchiare d'un
intero anno: si narra che la Regina Maria Antonietta
incanutisse ad un tratto la notte che fu presa a
Varennes.
La fine del riso è il pianto--e
Chi mangia molto riso beve lacrime.
Lungo piacer fa piangere.
Mille piacer non vagliono un tormento.
Nell'allegrezza non si trova fermezza.
Non è l'amo né la canna,
ma gli è il cibo che t'inganna--e
Pesce che va all'amo, cerca d'esser gramo.
Ogni uccello conosce il grano.
Ognuno corre al piacere; ma
perché il piacevole non è il buono, e di
rado s'intende il vero nostro bene, si dice anche:
Non ogni uccello conosce il buon grano.
Piacer preso in fretta, riesce in disdetta.
Poco fiele, fa amaro molto miele.
Quel che duole, sempre non è scabbia.
Se i segreti vuoi sapere,
cercali nel disgusto o nel piacere.
Un torso di pera cascata, è la morte di mille
mosche.
Vergogna fa perder piacere.
Pochezza d'animo
Chi non vuol piedi sul collo, non s'inchini.
Chi pecora si fa, lupo la mangia--e
La pecora che dice esser del lupo bisogna che la
sia.
Chi si mette tra la semola, gli asini se lo
mangiano--e
Chi canto si fa, tutti i cani gli pisciano
addosso.
Chi si sputa addosso, non vale un grosso.
Chi troppo scende, con fatica rimonta.
Si può intendere del
cadere a basso, ma pure anche dell'abbassarsi.
Chi va dietro agli altri, non passa mai avanti.
Condanna più specialmente
la dappocaggine degli imitatori nelle arti, nel pensare
ed in ogni cosa. «E quel che l'una ta e l'altre
fanno ecc.» non le pecore sole.
Chi vuol essere stimato, stimi se stesso--e
Tanto vale l'uomo, quando si stima.
Ed ha ragione,
perché:
Chi non rispetta sé, non rispetta nemmeno gli
altri.
Non bisogna buttarsi fra i morti.
Non bisogna far troppo palla di se stesso.
Darsi, offerirsi troppo,
lasciarsi da tutti sbatacchiare.
Povero né minchione non ti far mai (ovvero Povero né poltrone, ecc.)
Povertà, Ricchezza
Abbi pur fiorini, che troverai cugini--e
Chi ha della roba ha de' parenti.
Quand'ero Enea nessuno mi
volea;
Or che son Pio, non vi vogl'io.
Versi comunemente posti in bocca a Pio
II (Enea Silvio Piccolomini), che poi ne volle anche
troppi.
A granaio vuoto formica non frequenta.
All'uomo ricco berretto torto.
Al nascer delle doppie (cioè del danaro) il
mondo ha finito d'esser semplice.
A scrigno sgangherato non si crolla sacco.
Non si offre, non si dà
nulla a chi non paga, o paga male.
A veste logorata, poca fede vien prestata.
Il povero non ha credito.
Buono è l'amico e buono il parente,
ma trista la casa dove non si trova niente.
C'è il povero di Dio, e quello del diavolo.
Chi del buono ha in cassa, può portare ogni
traccia--e
Chi ha buon cavallo in stalla può andare
a piedi.
E i Francesi dicono: <<Il a beau
aller à pied qui mène sonn cheval par la
bride.>>
Chi dice a un povero uom dabbene, gli fa una grande
ingiuria.
Uomo dabbene, qui e nel
mondo, è l'uomo che il mondo
stima--e
Sacco rotto non tien miglio,
pover'uom non va a consiglio;
se parla ben non è inteso
se parla mal e' vien ripreso.
Sacco rotto, si dice poi anche
di quelli che non sanno tenere un segreto.
Chi è povero nun lo fugge--e
Dove non è roba, anche i cani se ne
vanno--e
Chi cade in povertà, perde ogni amico.
Chi è ricco, ha ciò che vuole.
Chi ha buon vino in casa, ha sempre i fiaschi alla
porta.
Perché gli amici mandano
a chiederne: e parimente si dice:
Ognuno è amico di chi ha buon fico.
Chi ha de' ceppi, può far delle schegge.
Chi ha della roba è visto volentieri.
Chi ha del pepe, ne mette anche sul cavolo.
Chi ha del panno, può menar la coda.
Perché la ricuopre sotto
all'ampiezza delle vesti; onde variamente dicesi:
I denari son come le brache degli stufaioli; cuoprono
le vergogne--e
La roba fa stare il tignoso alla finestra.
Chi ha del pane, mai non gli manca cane.
Chi ha pane e vino, sta me' che il suo vicino.
Chi ha più bisogno, e più
s'arrenda--e
Chi abbisogna, non abbia vergogna.
Non abbia, cioè, falsa vergogna
e non ritegni intempestivi quando la necessità
stringe.
Chi ha quattrini, ha tutto.
I quattrini non sono ogni cosa.
Chi ha quattrini, non ha cuore.
Chi ha terra, ha guerra.
Chi la fa, chi la disfà, e chi la trova fatta.
Suole intendersi della
roba.
Chi leva muro, leva muso.
Chi arricchisce, chi s'inalza,
doventa superbo.
Chi n'ha ne semina, e chi non n'ha ne
raccatta--e
Chi non ne ha, non ne versa.
Chi non ha del suo, patisce carestia di quel d'altri.
La roba va alla roba, e i pidocchi alle costure.
O solamente
La roba, alla roba--e
Ogni acqua va al mare--e
I più tirano i meno.
Si dice quest'ultimo e degli uomini e
dei denari. L'opinione dei più si tira dietro
quella dei meno; più uno ha denari, più ne
fa. Il ricco ha in tutte le cose miglior mercato del
povero: se prendendo a credenza spenderai dieci, ti
bastano sei pagando a pronti contanti. --Sinquì il
nostro Beppe. Ma quest'ultimo Proverbio ha egli stesso
applicato agli uomini, e ne ha fatto titolo di un Sonetto
che tutti sanno a memoria.
Chi non ha, non è (o non sa).
Chi perde la roba, perde il consiglio--e
Chi perde il suo, perde il cervello--e
Il danno toglie il consiglio.
Ed un certo proverbio
così fatto
Dice che il danno toglie anche il cervello. (BERNI, Orl. Inn.)
Chi più ne ha, più n'imbratta.
Cioè, chi ha più
roba più ne consuma.
Chi poco ha, poco dà--e
Nessuno dà quel che non ha.
Chi si porta dietro la casa, può andare per
tutto.
Proverbialmente d'un povero:
è come le chiocciole, che si portano la casa in
capo.
Col pane tutti i guai sono dolci--e
Tutti i dolori col pane son buoni.
Com'è grande il mare, è grande la
tempesta.
Con poco si vive, con niente si muore.
Con trentamila ducati la si può tôrre in
chiasso.
Dalla rapa non si cava sangue.
Della superbia de' poveri il diavolo se ne netta il
sedere.
Anche i Libri Sapienziali
vituperano il povero superbo, il ricco bugiardo,
ecc.--e
Superbia senza avere, mala via suol tenere.
Dove non n'è, non ne toglie neanche la piena.
Dove più ricchezza abbonda, più di lei
voglia s'affonda.
Due item fan l'uomo beato.
Item ti dono, item ti lascio, ecc.
Gli errori dei medici sono ricoperti dalla terra, quelli
dei ricchi dai danari.
Gli stracci medicano le ferite.
La povertà fa dimenticare
ogni altro male.
Gli uomini fanno la roba, non la roba gli uomini.
Vuol dire che l'uomo non si ha
da stimare secondo ricchezza.
Gran nave, gran pensiero--e
Ha più il ricco quando impoverisce,
che il povero quando arricchisce.
I danari cavan le voglie.
Sotto l'ovvia significazione del
cavarsi una voglia nel senso di spendere a piacere
è qui nascosta un'altra pur vera: che cioè
l'uomo desidera meno quando è più avvezzo a
soddisfarsi.
I danari hanno sempre i lattaioli.
Cioè, son sempre giovani,
e non vengono mai tardi: lattaioli si chiamano i
denti de' bambini che dopo l'infanzia cadono.
I danari sono il secondo sangue.
I danari stan sempre con la berretta in mano.
Per tôrre
commiato, per andarsene--e
I danari vanno e vengono--e
I danari vengono di passo, e se ne vanno via di
galoppo--e
I danari son tondi e ruzzolano--e
I quattrini non hanno gambe ma corrono--e
I danari van via come l'acqua benedetta.
Perché molti ci
intingono.
I debiti de' poveri fanno gran fracasso.
Il bene de' poveri dura poco.
Il martello d'argento spezza le porte di
ferro--e
L'argento tondo compra tutto il mondo--e
Colle chiavi d'oro s'apre ogni porta--e
Il suon dell'oro frolla le più dure
colonne--e
I chiavistelli s'ungon con l'oro.
Il quale usasi propriamente a
significare che le udienze s'ottengono co'
doni.
Il mendicante può cantare dinanzi al ladro.
Il molto fa l'uomo stolto.
Il pane del povero è sempre duro.
Il pan solo fa diventar muti.
Il più ricco è il più dannoso.
Il povero mantiene il ricco.
Col lavoro mantiene se stesso e
mantiene tutti: e tutti siamo poveri, perché a
tutti bisogna lavorare in qualche modo. Un altro
Proverbio dice:
Chi lavora, fa la roba a chi si sta.
E il farsi fare le spese (guardandoci
bene) è anche più faticoso del
guadagnarsele.
Il pover'uomo non fa mai ben:
se muor la vacca, gli avanza il fien;
se la vacca scampa, il fien gli manca.
Il tribolato va dietro al condannato.
Nel parlare dei Toscani, tribolato si scambia con povero; i Greci e
per greca imitazione anche i Latini scambiavano beato con
ricco.
Il veleno si beve nell'oro.
Nulla aconita bibuntur
fictilibus. (GIOVENALE.)
I migliori alberi sono i più battuti.
Sono più spesso
bacchiati, perchè danno maggior frutto, che molti
cercano trarne.
In panno fino sta la tarma--e
Nelle belle muraglie si genera il serpe.
In povertà è sospetta la lealtà.
I poveri cercano il mangiare per lo stomaco, ed i ricchi
lo stomaco per il cibo.
I poveri hanno le braccia corte.
I poveri mantengono la giustizia.
Perché contr'essi si
procede severamente, e sono gastigati.
(SERDONATI.)
I poveri non hanno parenti.
I ricchi hanno il paradiso in questo mondo, e nell'altro,
se lo vogliono.
L'abbondanza, foriera è d'arroganza--e
Prima ricco, e poi borioso.
La pecunia, se la sai usare, è ancella; se no,
è donna.
La povertà è fedel servitore.
Sempre ti segue da per
tutto.
La povertà è il più leggero di tutti
i mali.
La povertà mantiene la carità.
La ricchezza non s'acquista senza fatica, non si possiede
senza timore, non si gode senza peccato, non si lascia senza
dolore.
La roba ruba l'anima.
La troppa carne in pentola non si cuoce.
Il troppo avere non ti fa
prò.
Le facoltà fanno parere ardito chi non è, e
savio chi non sa.
Le ricchezze hanno l'ali.
Le ricchezze sono come il concio, ammassato puzza, e
sparso fertilizza il campo.
L'ora del desinare, pe' ricchi quand'hanno appetito, pei
poveri, quand'hanno da mangiare.
L'oro non compra tutto.
L'ho sentito dire a proposito
d'una ragazza del popolo che aveva rifiutato un regalo
offertole per sedurla. (G.)
L'oro presente cagiona timore, e assente dà
dolore.
Meglio star vicini a un crudo che a un nudo.
Meglio aver per vicino un ricco,
benché avaro, che un povero dal quale non
può venir nulla--ovvero:
Meglio con un avaro che ne ha
che con un prodigo dispera'.
Miseria rincorre miseria.
Né cavalli né giardini, non son pe'
poverini.
Non fu mai sacco si pieno, che non v'entrasse ancora un
grano.
Non si può dire abbondanza se non n'avanza.
Exilis domus est in qua non
multa supersunt.
Non si può dire a uno peggio che dirgli povero.
Ogni ricchezza corre al suo fine.
Per ben parlare e assai sapere,
non sei stimato senza l'avere.
Pignatta vuota e boccale asciutto, guasta il tutto.
Povero è chi ha bisogno--e
Povertà, fa viltà (ovvero fa l'uomo
vile).
Povertà, madre di sanità.
Povertà non è vizio--e
Povertà non guasta gentilezza--o
Il povero non guasta il galantuomo.
Onde non è sempre vero
che
Quando il bisogno picchia all'uscio, l'onestà
si butta dalla finestra.
Ma certo è che
Non v'è pensier penoso, quanto onore e
povertà.
Quando il povero dona al ricco, il diavolo se la
ride.
Quando non c'è, perde la Chiesa.
Che nei contratti deve guadagnar
sempre, com'è ordinato pe' canoni.
Quanto più manca la roba, tanto più cresce
lo strepito.
E con più mite
significazione:
Vaso vuoto suona meglio.
Quei ch'han ducati, signori son chiamati.
Ricchezza e scienza insieme non hanno
residenza--o
I Signori non possono avere due cose, giudizio e
quattrini.
Nullus enim ferme sensus communis
in illâ Fortunâ. (GIOVENALE.)
Richezza e sopruso son fratelli.
Ricchezza non fa gentilezza.
Ricchezza poco vale a quel che l'usa male.
Sacco pieno rizza l'orecchio.
Orecchio, l'estremità del sacco chiuso che sopravanza la
legatura.
Sanità senza quattrini è mezza
malattia.
Se i signori avessero giudizio, i poveri morirebbero di
fame.
Signori, in Toscana, vale
ricchi; e avere giudizio, d'economia parlando, significa
mettere da parte: se chi ha danari non gli spendesse, non
vi sarebbe lavoro.
Se ti trovi dal bisogno stretto,
prima che dagli altri vai dal poveretto.
In lui trovi più
facilmente misericordia.
Tutti i guai son guai, ma il guaio senza pane è il
più grosso.
Tutto è fumo e vento, fuorché l'oro e
l'argento.
Uomo senza quattrini è un morto che cammina.
Uomo senza roba è una pecora senza
lana--e
Se vuoi veder un uom quanto gli è
brutto,
un uom senza danar guardalo tutto--ma
Il danaro fa l'uomo intero.
Un ricco solo impoverisce molti.
È più antico della
scienza, che vuole le proprietà divise.
Vita d'entrata, vita stentata.
Il Goldoni nella Ca' nuova <<Ve n'è
da trar, so pare gera mica I ghe dà dei lustrissimi,
perché e' vive d'entrata, ma dice il proverbio: Vita d'entrata, vita stentata. >> (PASQUALIGO. Racc. Ven.)
Probità, Onoratezza
Al peso che si compra bisogna vendere.
A mani monde Dio gli dà da mangiare.
Chi ha ragione, Iddio l'aiuta--e
Chi non ha fede non ne può dare.
Chi non vuol rendere, fa male a prendere.
Chi promette, in debito si mette--e
Chi promette nel bosco, dee mantenere in villa.
Chi ha promesso nel pericolo,
mantenga poi quando è al sicuro.
Chi tarda a dar quel che promette, del promesso si
ripente.
Chi va diritto non fallisce strada.
Qui ambulat smpliciter,
ambulat confidenter. (Proverbi.)
Chi vuol ben pagare, non si cura di bene obbligare.
E per lo contrario
dicesi:
Il promettere è la vigilia del non
attendere--e
Chi scrive non ha memoria.
Chi vuole che il suo conto gli torni, faccia prima quello
del compagno.
È probità ed
è accortezza: se ognuno faccia i conti per se
solo, il saldo lo faranno le bastonate.
Chi vuole ingannare il comune, paghi le gabelle.
Perché andando sinceri,
non si paga il frodo ch'è sempre più
caro.
Col suo si salva l'onore, e con quel d'altri si
perde.
Dei giudizi non mi curo, che le mie opere mi fanno
sicuro.
Dove non c'è onore, non c'è dolore.
È ingiuria da dirsi allo
svergognato.
È meglio mendicare, che sulla forca
sgambettare.
Gli avventori non mancano a casa Dabbene.
Il bel rendere, fa il bel prestare.
Il ben fare è guerra al tristo.
Il galantuomo ha peloso il palmo della mano.
Il galantuomo ha piacere di veder chiudere.
La vigna pampinosa fa poca uva.
Cioè, chi promette molto,
attiene poco.
Poc'uva fa la vigna
pampinosa,
E il dire e il far non son la stessa cosa.
(RICCIARDETTO.)
E di profferte per cerimonia, ed anche
di un discorso molto frondoso che sieno frasche senza
costrutto, sogliamo dire proverbialmente:
Assai pampini, e poca uva.
Le parole legano gli uomini, e le funi le corna ai
buoi--e
Il bue per le corna, e l'uomo per la parola.
Le parole non empiono il corpo--e
Le parole non s'infilzano.
Non se ne può far capitale,
perché non si conservano come le scritture, le
quali si sogliono tenere insieme
infilzate--e
Le parole son pasto da libri.
Parola sta qui sempre in luogo
di promessa, ma nell'ultimo si gioca sulla
parola.
Non si cava mai la sete, se non col proprio vino.
Che poi non t'ubriaca, come dice
un altro proverbio.
Non si dee dar tanto a Pietro, che Paolo resti
indietro.
A ciascuno il suo avere:
giustizia distributiva.
Non toccare il grasso colle mani unte.
Non ti s'attacchi alcuna
cosa.
Ognuno faccia col suo.
Pesa giusto, e vendi caro--e
Caro mi vendi, e giusto mi misura.
Così il compratore: ma il
venditore poco onesto:
Dieci once a tutti, undici a qualcuno e dodici a
nessuno.
Piuttosto pecora giusta, che lupo grasso.
Qui è gioco di parola:
cosa giusta è cosa mezzana; giusto, né grasso né magro, né grande
né piccolo, ecc.
Pochi denari, e molto onore.
Promessa ingiusta tener non è giusto.
Promettere e non mantenere è villania.
Promettere è una cosa, e mantenere è
un'altra--ovvero
Altro è promettere, altro è
mantenere--ma
Chi promette e non attiene,
l'anima sua non va mai bene.
Quel ch'è di patto, non è d'inganno.
Tra galantuomini, una parola è un istrumento.
Val più un pugno di buona vita, che un sacco di
sapienza.
Vuoi vendicarti de' tuoi nemici? governati bene.
(Vedi Virtù, Illibatezza.)
Prudenza, Accortezza, Senno
Accerta il corso, e poi spiega la vela.
Assai avanza chi fortuna passa.
Interrogato Sieyès come
egli avesse passato quegli anni del Terrore: «Ho
vissuto,» replicava; ben parendogli aver fatto
assai.
Bisogna gustare il male con le punte delle dita.
Bisogna essere più furbi che santi.
Bisogna navigare secondo il vento--e
Chi piscia contro vento, si bagna la camicia.
Bocca chiusa e occhio aperto,
non fe' mai nessun deserto.
Deserto, cioè
misero, derelitto.
Buona la forza, meglio l'ingegno.
Chi ben congettura, bene indovina.
Chi ben giudica, bene elegge.
Chi ben si guarda, scudo si rende--e
Chi si guarda, Dio lo guarda.
Chi è avvisato, è armato.
Avvisato (spiega la
Crusca) accorto, avveduto, savio.
Chi è minchion, suo danno--e
Chi è minchione, resta a casa--e
La parte del minchione è la prima
mangiata--e
L'ultima rendita è quella dei minchioni.
Chi è savio, si conosce al mal tempo.
Chi ha fatto la pentola, ha saputo fare anche il
manico.
Chi sa far le cose, sa fare
anche il modo come pigliarle.
Chi nasce tondo, non muor quadro.
Chi non guarda innanzi, rimane indietro--e
Chi dinanzi non mira, di dietro sospira.
Chi non ha giudizio, perde la cappella e il
benefizio.
Chi non ha testa (o giudizio), abbia gambe.
Chi non vede il fondo, non passi l'acqua.
Chi piglia la lancia per la punta, la spezza o non la
leva di terra.
Chi sta a casa, non si bagna.
Questo si dice dell'uomo cauto:
ma ve n'è un altro:
Chi va a casa, non si bagna.
E significa che è poco pigliare
la pioggia quando tornando a casa tu puoi mutarti tutto o
scaldarti. E figurat. è il rumores fuge dei
Latini.
Chi teme il cane, si assicura dal morso.
Chi sta a vedere, ha due terzi del gioco.
Si dice dell'avere il vantaggio
colui che sagacemente si sta di mezzo, e lascia tentare
agli altri le cose pericolose.
Chi vive contando, vive cantando.
Cioè chi ben conta, chi
ben ragiona i fatti suoi, se la passa bene.
Chi vuol saldar piaga, non la maneggi.
Con un po' di cervello si governa il mondo--e
A chi ha testa, non manca cappello.
Si sa approvecciare, non gli manca il
bisognevole: ma cappello anticamente significava corona o
altro segno d'onore:
Ed in sul fonte
Del mio battesmo piglierò il cappello.
(DANTE.)
Cosa prevista, mezza provvista.
Dalla prudenza viene la pace, e dalla pace viene
l'abbondanza.
Di notte parla piano, e di giorno guardati d'intorno.
Disavvantaggio muta pensier nel saggio.
Donasi l'ufficio e la promozione, e non la prudenza
né
la discrezione.
Dove non è ordine, è
disordine--e
Dove non è regola, non ci sta frati.
È meglio aver la paura, che la paura e il
danno--e
Chi non teme, non si guarda; chi non si guarda, si
perde.
Paura e timore si pigliano qui per
l'antiveggenza del pericolo.
È meglio cader dal piede, che dalla
vetta--o
Meglio cascar dall'uscio che dalla finestra.
Guarda che tu non lasci la coda nell'uscio.
Che tu non sii preso quando ti
credi bell'e scampato.
Guarda il tuo coltello dall'osso.
Il coltello si rompe o sfila
quando incontra l'osso; e così la volontà
dell'uomo, quando vuol dare di punta contro a certe
difficoltà, le quali è meglio
scansare.
Il bello è star nel piano, e confortare i cani
all'erta.
Quindi stare nel piano di
Bellosguardo, cioè al sicuro. Ma rassomigliano
troppo quei noti versi d'un assai cattivo
moralista.
Suave, mari magno
turbantibus æquora ventis,
E terra magnum alterius spectare laborem. (LUCREZIO.)
Il Cristo e i lanternoni toccan sempre ai più
minchioni.
Nelle Processioni delle
Confraternite portare il Crocifisso e i lanteinoni
è tra gli ufficii il più faticoso.
Il male previsto è mezza sanità.
Il minchione di quest'anno se n'accorge
quest'altr'anno--e
Chi non si governa bene un anno, sta cinque che
non ha allegrezza.
Il mondo è come il mare,
è vi s'affoga chi non sa nuotare--e
Mondo rotondo chi non sa nuotar vassene a fondo.
Il piano ha occhi, e il bosco orecchi.
Nel piano ti scuoprono gli occhi
altrui: nel bosco gli orecchi altrui.
Il vedere è facile, e il prevedere è
difficile.
I minchioni si lasciano a casa.
In letto stretto mettiti nel mezzo.
I piselli son sempre nelle frasche.
Piselloni son detti gli
uomini semplici che sempre vivono impacciati.
La briglia regge il cavallo, e la prudenza l'uomo.
La prudenza non è mai troppa.
Largo ai canti.
Propriamente vuol dire che
passeggiando bisogna girar largo alle cantonate, d'onde
può venirti addosso un pericolo o una offesa non
preveduta. E figuratamente; alle difficoltà che
spuntare non riesce, girare attorno a scansarle.
Mal va la barca senza remo.
Non si fa più lunga strada,
che quando non si sa dove si vada.
Non si può sforzare le carte.
Proverbio tolto dal
gioco.
Ogni cosa va presa per il suo verso.
Cioè, pigliare il
gomitolo o la matassa di queste umane faccende da quel
capo donde poi elle si possono facilmente svolgere; che
si dice trovare il bandolo.
Quando brucia nel vicinato, porta l'acqua a casa tua.
Quando tu puoi ir per la piana, non cercar l'erta
né la scesa.
Per andare a piano si scendon molte miglia.
Quando tu vedi il lupo, non ne cercar le pedate.
Senno vince astuzia.
Si può imporre la legge, ma non la prudenza.
Temperanza t'affreni, e prudenza ti meni.
Un occhio alla pentola, e uno alla gatta--e
Occhi che veggono non invecchiano.
Ma
Per i ciechi non è mai giorno.
Uomo assalito è mezzo perso
Uomo affrontato è mezzo morto.
Uomo colto all'improvviso.
Uomo nasuto di rado cornuto.
Nasuto, latinamente,
avveduto accorto.
Val più un moccolo davanti che una torcia di
dietro.
(Vedi Riflessioni, Ponderatezza.)
Regole del giudicare
Ai segni si conoscon le balle--e
Chi porta la cappa è degli ufiziali.
O come dicevano più anticamente degli statuali; di quelli ch'erano in ufizio, o si
direbbe oggi, al governo.
Al batter del martello si scuopre la magagna.
Alla prova si scortica l'asino.
Alla vista si conosce il cuore.
Al paragone si conosce l'oro.
Al pelo si conosce l'asino.
Gli asini si conoscono al basto--e
Al ragliar si vedrà che non è leone.
A pazzo relatore, savio ascoltatore.
A sentire una campana sola si giudica male.
<<Priore, odite l'altra
parte;>> era scritto sopra lo stallo del Priore
o Pretore o Giudice, nel Tribunale di Lucignano.
Bisogna guardare a quello che si fa, non a quello che si
dice.
Ed a chi predica bene e razzola
male ironicamente si attribuisce questo:
Fate quel che dico e non quel che faccio.
Chi non è buon turco, non è buon
cristiano.
Chi non mi vuole non mi merita.
Chi non sa di male, non sa di bene.
Cioè, non sa di nulla,
ch'è il peggio: mancanza d'affetti è in
sé principio di malvagità.
Chi ode, non disode.
Chi ode dir male, non ode il
più delle volte la difesa, e crede quel che si
dice.
Chi tosto giudica, tosto si pente.
Chi vuol dell'acqua chiara, vada alla fonte.
Chi vuol esser chiaro d'una
cosa, vada alla sorgente: la guardi, cioè, nel
punto d'onde essa deriva, o la domandi alla persona che
più la sa.
Chi vuol troppo provare, nulla prova.
Dal frutto si conosce l'albero.
Dall'unghia si conosce il leone.
Dell'albero non si giudica dalla scorza.
Delle cose che tu vedi, sbattine tre quarti: e di quelle
che tu senti, sbattine più.
Danari e santità, metà della
metà--e
Denari, senno e fede, ce n'è manco l'uom
crede--e
Quattrini e fede, meno ch'un si crede.
Di cose fuori di credenza, non fare isperienza.
Dietro il fumo vien la fiamma.
Dimmi chi fosti, e ti dirò chi sei.
Dimmi chi sono, e non mi dir chi ero.
Gli uomini vanno veduti in pianelle, e le donne in
cuffia.
«Il fault pour iuger bien
à poinct d'un homme, principalement controller ses
actions communes, et le surprendre en son touts les
jours.» (MONTAIGNE.)
Il buon dì si conosce da mattina.
Dai loro principii si conoscono
le cose: e suole dirsi anco dei giovani che bene
incominciano.
Il diavolo non istà sempre in un
luogo--e
Il diavolo non letica mai solo.
Il torto non è mai tutto da una
parte sola.
Il fine dimostra la cosa.
Il mercante si conosce alla fiera--e
Al toccar de' tasti si conosce il buon
organista--e
Al suon si conosce il campanello.
Il panno al colore, il vino al sapore.
Il verosimile, è nemico del vero.
I pazzi si conoscono a' gesti--e
Al bere e al camminare si conoscon le
donne--e
Al pisciar si conoscon le cavalle.
La buccia ha da somigliare al legno.
La vista non si cura con gli occhiali.
Ma le virtù e le
qualità dell'uomo vogliono essere giudicate a
nudo, senza ammennicoli né rincalzi.
La volpe si conosce alla coda--e
La troppa coda ammazza la volpe--e
La volpe ha paura della sua coda.
Perché la fa distinguere da
lontano, e perché rimane facile alla
tagliola.
Le cattive nuove volano--e
La mala nuova la porta il vento--e
Lunga via, lunga bugia.
Delle cose lontane non se ne
può sapere il vero.
Lo sbadiglio non vuol mentire,
o ch'egli ha sonno, o che vorrìa dormire,
o ch'egli ha qualcosa che non può dire.
L'uomo si conosce in tre congiunture, alla collera, alla
borsa ed al bicchiere.
Nell'oscuro si vede meglio con uno che con due
occhi--e
Vede più un occhio solo, che cento uniti
insieme.
L'autore non era pel suffragio
universale.
Non creder lode a chi suo caval vende, né a chi
dar moglie intende.
Non dir quattro, finché non è nel
sacco.
Come origine del proverbio il
Dal medico narra il fatto di un frate mendicante che
mentre stavasi sulla via ad aspettare la carità,
venne alla finestra una donna con dei pani, a ricevere i
quali il frate aprì il suo sacco numerando
ciascuno che vi cadea dentro. Al quarto ch'era per aria,
il frate disse: e quattro. Ma il pane invece di cadere
nel sacco gli batté sulla testa. (PASQUALIGO, Racc. Ven.)
Non si vende la pelle prima che s'ammazzi l'orso.
Non d'onde sei, ma d'onde pasci.
Non giudicar la nave stando in terra.
Non giudicar l'uomo nel vino, senza gustarne sera e
mattino.
Non giudicar le passioni se tu
non le hai provate.
Novelle di Banchi (o di mercato), promesse di
fuorusciti, favole di commedianti.
Quanto credibili ognun sa. Banchi era la via più frequentata di Roma,
ed il ritrovo dei novelisti.
Ogni cosa che senti non è suono--ma
La campana non suona se qualcosa non c'è.
Se un romore nasce, un qualche motivo
ve n'è sempre.
Ogni stadera ha il suo contrappeso.
Pallidezza nel nocchiero, di burrasca segno vero.
Quando l'oste è sull'uscio, l'osteria è
vuota.
Quando passano i Canonici, la processione è
finita.
Sacco legato fu mal giudicato.
È risposta delle donne
gravide a chi promette loro maschio o femmina.
Sempre si dice più che non è.
Tale è il fiore, qual è il colore.
Tre cose son facili a credere, uomo morto, donna gravida
e nave rotta.
Val più un testimone di vista che mille
d'udita--e
Aver sentito dire è mezza bugia.
Perché di cosa sentita dire non
si è mai certi: con questa regola i giornalisti
starebbero freschi.
Vedendo uno, il conosci mezzo; e sentendolo parlare, il
conosci tutto--e
Apri bocca, e fa ch'io ti conosca--e
Non ti maneggio, se non ti pratico.
Regole del Trattare e del
Conversare
A caval donato non gli si guarda in bocca.
Si quis dat mannos, ne
quære in dentibus annos.
Ambasciatore non porta pena.
(Vedi Illustrazione XXVI.)
A sta troppo con la gente se gli viene a
noia--e
Si sta più amici a stare un po' lontani.
A tavola e a tavolino si conosce la gente.
Cioè, a desinare ed al
gioco si conosce quel ch'uno è in conversazione,
che non è poi tutto l'uomo.
Bisogna fare il muso secondo la luna.
Trattare, comportarsi a seconda
delle circostanze.
Burlando si dice il vero--e
Non v'è peggior burla che la vera.
In burla diciamo cose che dette sul
serio male sarebbero tollerate.
Cani e villani lascian sempre l'uscio aperto.
Per ischerzo s'aggiungeva: e
nobili Veneziani. In Francia: e Italiani; i
quali vuol dire o che non hanno freddo o che non si
guardano.
Chi ben non usa cortesia, la guasta.
Chi canta a tavola e a letto, è matto
perfetto.
Chi dà spesa, non dia disagio.
Si usa dire a chi è
convitato a casa altrui, perché non si faccia
aspettare.
Chi dona il dono, il donator disprezza.
Chi ha creanza, se la passa bene,
chi non ne ha, se la passa meglio.
Chi non rispetta, non è rispettato.
Chi non si ricorda spesso discorda.
Chi parla per udita, aspetti la mentita.
Chi scrive a chi non risponde, o è matto o ha
bisogno.
Chi si scusa senz'essere accusato,
fa chiaro il suo peccato.
Chi sta discosto, non vuol giostrare.
Chi sta a sé non vuole
dimestichezza.
Chi sta in ascolterìa, sente cose che non
vorrìa.
Chi tace acconsente; e chi non parla, non dice
niente.
Chi va alle nozze e non è invitato,
ben gli sta se n'è cacciato (o torna a casa
sconsolato).
Dare che non dolga, dire che non dispiaccia--e
Non dar che dolga, e non ischerzar sul vero.
Dimmi quel ch'io non so, e non quel ch'io so.
Di quel che non ti cale, non dir né ben né
male.
È meglio esser cortese morto che villan vivo.
È più caro un no grazioso che un sì dispettoso.
Gioco di mano, gioco di villano--e
Il giocar di mani dispiace fino a'
cani--e
Tasto di mano, sta lontano.
Guardati da chi ride e guarda in là.
Da quei tai che non ridon mai,
sta' lontan come da' guai.
I misantropi, i taciturni sono stimati
uomini di cattivo augurio e di carattere
nocivo.
Guardati in tua vita, di non dare a niun
mentita--e
La mentita non vuol rispetto.
Il dire fa dire--e
Il discorrere fa discorrere: ma
più sovente quest'ultimo suole accennare al
provocarsi con lo scambio di parole che offendano, e
nelle quali andando innanzi vien sempre fatto di
rincarare.
Il domandare è lecito, il rispondere è
cortesia--ma
Cortesia schietta, domanda non aspetta.
Il tacere è rispondere a chi parla senza
ragione--ma
Molto vale e poco costa,
a mal parlar buona risposta.
In casa d'altri loda tutti
fino i figli cattivi o brutti,
fino al gatto che ti sgraffigna,
fino al can che ti mordigna.
In chiesa e in mercato, ognuno è licenziato.
Sono luoghi d'eguaglianza:
s'arriva e si parte senza bisogno di salutare nessuno. Ed
anche:
In chiesa né in mercato non andar mai
accompagnato.
In chiesa per starci quanto ci pare,
in mercato per comprare a piacimento.
I paragoni son tutti odiosi.
Cioè, i paragoni tra uomo
e uomo, e peggio tra donna e donna.
La burla non è bella, se la non è fatta a
tempo--ma
Burla con danno, non finisce l'anno.
La carta non doventa rossa.
Negli affari scabrosi, quando la
parola offende, scrivere è miglior partito. Anche
si dice del chiedere, al che uno s'arrischia meglio per
lettera.
La parola non è mal detta, se non è mal
presa.
La ragione vuol l'esempio.
Pochi hanno voglia o
capacità di tener dietro a un ragionamento; ma gli
esempi sono figure che saltano subito agli occhi di
tutti, e s'imprimono poi nell'animo perché vi
destano un affetto.
L'aspettare rincresce--e
Ogni ora par mille a chi aspetta.
Le buone parole ungono, e le cattive pungono.
Le lettere non ridono.
Cioè, delle parole
scritte si valuta più il peso che il tono.
Le licenze son cento, e l'ultima è Vatti con
Dio--e
Si dà dicenza in più modi.
A disfarsi d'uno, più modi si
hanno: o spiattellargli la cosa chiara, o fargli mal nel
viso, o adoperare perch'egli di te si
disgusti.
Lo sciocco parla col dito.
Meglio è non dire, che cominciare e non
finire.
Né occhi in lettere, né mani in tasca,
né orecchi in segreti d'altri.
Né in tavola né in letto si porta
rispetto.
Son bisogni della vita, non si
fa complimenti.
Non domandare all'oste se ha buon vino.
Non metter bocca dove non ti tocca.
Non nominare la fune in casa dell'impiccato.
Rammentare il boia, rammenta la fune.
Non rammentar la croce al diavolo.
Non si rammentano i morti a tavola.
Ogni bel gioco dura un poco--e
Scherzo lungo non fu mai buono.
Ogni parola non vuol risposta--e
Non bisogna ripescare tutte le secchie che
cascano--e
Non si vuol pigliare tutte le mosche che volano.
Contro coloro che fanno caso d'ogni
minima contrarietà, d'ogni parola a
traverso.
Ogni vero non è ben detto.
Onestà di bocca assai vale e poco
costa--e
Onor di bocca assai giova e poco costa--e
A parole lorde, orecchie sorde.
Perché
Le parole disoneste, vanno attorno come la peste.
Onestà sta bene anche in chiasso.
Parole di bocca e pietra gettata,
chi le ricoglie perde la giornata.
Parole di complimento non obbligano.
Per un bel detto si perde un amico--e
I bei detti piacciono, ma non chi gli dice.
Intende le spiritosaggini, gli
epigrammi, i motti che fanno ridere a spese altrui; ma
ironicamente dicesi:
Meglio perder l'amico che un bel detto.
Per un brutto viso, si perde una buona compagnia.
Più vale l'ultimo che il primo viso.
Più conto si tiene della
cera che ti fa l'amico alla partita, che di quella che ti
fa all'arrivo.
Prima di domandare, pensa alla risposta--e
Chi domanda ciò che non dovrebbe,
ode quel che non vorrebbe.
Quel che tu vuoi dire in fine, dillo da principio.
A chi va troppo per le lunghe e
a chi ti mena a cavallo, come non voleva madonna
Oretta.
Salutare è cortesia, rendere il saluto è
obbligo.
(Vedi Illustrazione XXVII.)
Sotto nome di baia cade un buon pensiero.
Tanto è dir pietra in uscio, come uscio in
pietra.
<<Belle marquise, vos
beaux yeux me font mourir d'amour; (e per variare la
frase): D'amour vos beaux yeux me font mourir, belle
marquise, ecc.>> (Lezione d'un maestro di
rettorica). (MOLIÈRE.)
Una berretta manco o più, è un quattrino di
carta l'anno, poco ti costano, e amici ti fanno.
Cavar di berretta e scriver
lettere, mantengono quelle relazioni di urbanità
che si chiamano amicizie.
Una parola imbratta il foglio.
Una cortesia è un fiore--e
Cortesia di bocca, mano al cappello,
poco costa ed è buono e bello.
Zucchero non guastò mai vivanda--e
Zucchero e acqua rosa, non guastò mai alcuna
cosa.
Accennano a quella dolcezza di
modi la quale esprime bontà vera; ma de'
piaggiatori, degli sdolcinati, de' melliflui si dice al
contrario:
Il troppo zucchero guasta le vivande--e
Il troppo dolce stomaca.