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[ Gioco | Giorno, Notte | Gioventù,
Vecchiezza | Giustizia,
Liti | Governo, Leggi, Ragion di
Stato | Gratitudine,
Ingratitudine | Guadagno,
Mercedi | Guerra,
Milizia | Ingiurie,
Offese | Ira, Collera | Libertà,
Servitù ]
Gioco
Al gioco si conosce il galantuomo--e
Il tavolino è la pietra di paragone.
Al balordo mutagli gioco.
Perché l'antico ha
imparato a mente, ma il nuovo non indovina.
Assai vince chi non gioca.
Carta che venga, giocator si vanti--e
Ognuno sa giocare, quando la gli dice bene.
Carta para, tienla cara.
Chi dal Lotto spera soccorso, mette il pelo come un
orso--e
Chi gioca al Lotto è un gran
merlotto--e
Chi gioca al Lotto, in rovina va di botto.
Chi dà vantaggio, perde.
Dare vantaggio nel gioco, o dare
dei punti e simili, vale far giocare l'avversario a
migliori condizioni, e trattandolo come da meno,
rendergli più facile la vincita.
Chi è più vicino al sussi (o al
lecoro), fa sei.
Sussi (o lecoro secondo i giuochi e secondo i luoghi), la carta o segno
qualunque dove si raccolgono tutti i denari che formano
il banco.
Chi gioca a' trionfini, perde la pazienza e i
quattrini.
Chi gioca a primiera e non va a primiera, perde a
primiera.
Andare a primiera è tenersi in mano quelle carte che poi
conducano a far primiera--e
A primiera i due assi, menano a spasso.
Cioè, fanno perdere.
Chi gioca per bisogno, perde per necessità.
Chi gioca, non dorme.
Può dire egualmente che
il giocatore sta all'erta per non essere ingannato, o che
perde la tranquillità e il riposo.
Chi ha buono in mano, non rimescoli.
Cioè, chi ha buone carte.
Figuratamente vale che chi sta bene, non cerchi
altro.
Chi ha fortuna in amor non giochi a carte.
Chi non può dare alla palla, sconci.
Cerchi mandare all'aria il
gioco, quando non può riuscirgli a bene.
Chi non può giocare metta al punto.
Chi non vuol perdere, non giochi.
Si dice contro a' brontoloni, i
quali, se perdono, buttano all'aria il tavolino.
Chi perde, giocherà, se l'altro vuole.
Chi è in isvantaggio non
sa diffendersi dal ricominciare.
Chi presta sul gioco, piscia sul fuoco.
Chi sa il gioco, non l'insegni.
E si dice anche fuori del
gioco.
Chi si vuol riaver, non giochi più--e
Egli è molto da pregiare, chi ha perduto
e lascia andare.
Chi va al gioco, perde il loco.
Chi vince da prima, male indovina (o perde da
sezzo)--e
Chi vince da sezzo empie il sacchetto--e
Chi vince prima, perde il sacco e la
farina--e
Chi vince poi, perde il sacco e i buoj.
Chi vince non dileggi, e chi perde non s'adiri.
Denari di gioco, oggi te li do, domani te li tolgo.
Giocare e perdere lo sanno far tutti.
Il gioco di bambara, chi più vede manco
impara--e
Sette e figura, prova tua ventura, sette e fante
dàgli tutte quante.
Il gioco è guerra.
Ludimus effigiem belli. (VIDA.)
Il gioco ha il diavolo nel core--e
Dove si gioca, il diavolo vi si trastulla.
Il perdere fa cattivo sangue--e
Il gioco vien dall'ira, uno paga e l'altro tira.
Non bisogna giocare con chi propone i giochi.
Non si deve far torto al gioco.
Non ti mettere a giocare, se non vuoi
pericolare--e
Il gioco risica la vita e rosica la roba.
Quando è perduto il re, è finito il
gioco.
Si gioca per vincere--e
Non si può vincer sempre.
Si perde molto, per essere stolto.
Terno, il duol dell'inferno.
Perché non vengono
mai--e
Che tu possa vincere un ambo al lotto!
È imprecazione perché
chi ha vinto un ambo seguita a giocare e si rovina: lo
stesso popolo dice in quest'altro proverbio che lavorare e lavorare danno le sole vincite che fanno
prò.
Ambo lavorar, terno seguitar,
quaderna e cinquina
lavorar dalla sera alla mattina.
Giorno, Notte
Chi fa di notte, si dipar di giorno--e
Opra di notte, vergogna di giorno--e
Lavoro fatto di notte non val tre pere cotte.
I due primi dicono le donne più
specialmente dei cuciti, o d'altro lavoro fatto a veglia,
che non riesce mai bene, e Ie magagne si veggono poi di
giorno.
Di giorno tingi, e di notte fingi.
La mattina è la madre de' mestieri, e la notte de'
pensieri.
La notte assottiglia il pensiero--e
La notte è madre de' consigli.
La notte è fatta per gli allocchi--e
All'Ave Maria, o a casa o per la via--e
Tra vespro e nona, non è fuor persona
buona--e
Cani, lupi, e botte, vanno fuori di notte--e
Da nona alla campana esce fuora la...
La campana suonava in Firenze dalle
10,30 alle 11 di sera. Del 49 s'è guadagnato
ch'ella non suoni più--e
Chi va di notte, ha delle bôtte o (va
alla morte)--e
Sta' sul fuoco quando è sera, a grattar la
sonagliera, se aver vuoi la pelle intera.
Le ore della mattina hanno l'oro in bocca.
Né donna né tela non guardare al lume di
candela--e
Al lume di lucerna, ogni rustica par bella--e
Alla candela, la capra par donzella--e
Ogni cuffia per la notte è buona--e
Al buio la villana è bella quanto la dama--e
Al buio tutte le gatte son bigie.
E tutte le donne a un modo: non
importa che le guardino troppo al vestito che le hanno in
dosso; e però lo dicono quando escono vestite da
casa alla buona.
Parole da sera, il vento se le mena.
La sera non è fatta per
le faccende, ma per la conversazione, dove le parole
portano meno a conseguenza.
Quando vien la sera, la vecchia si dispera.
Il cadere della sera accresce
malinconia: la tristezza diventa disperazione, massime
nelle donne vecchie e prive di conforti e di
passatempi.
Vegliare alla luna e dormire al sole, non fa né
pro né onore.
Gioventù, Vecchiezza
A cane che invecchia, la volpe gli piscia addosso.
Al gran vivere la morte è beneficio.
Al vecchio non manca mai da raccontare, né al sole
né al focolare--e
Il vecchio ha l'almanacco in corpo.
Amicizia e nimistà non sta ferma in verde
età.
Angelo nella giovanezza, diavolo nella vecchiezza.
A testa bianca spesso cervello manca.
L'età non sempre
dà senno.
Beata chi di vecchio pazzo s'innamora.
Correggi: quella che sa
innamorare un vecchio pazzo.
Bue fiacco stampa più forte il piè in
terra.
I vecchi sono più
considerati che i giovani nelle cose loro, e più
saldi e più fermi e costanti nelle
risoluzioni.
Chi barba non ha e barba tocca,
si merita uno schiaffo nella bocca.
Allude al rispetto dovuto a chi
è maggiore d'età.
Chi dà una giovane per moglie a un vecchio, gli
dà la culla per dote.
Chi ha cinquanta carnevali, si può metter gli
stivali.
Cioè mettersi in ordine
di partenza--e
Dai sessanta in su non si contan più.
Chi mangia la midolla con i denti, mangia la crosta con
le gengive.
Usasi per dire che chi ha
fuggito la fatica da giovane stenta da vecchio.
Chi non fa le pazzie in gioventù le fa in
vecchiaia--e
Chi non s'innamora da giovane, s'innamora da
vecchio.
Chi più vive, più muore.
Chi ride in gioventù, piange in vecchiaia.
Ciò che la vecchiezza guasta, non c'è
maestro che la raccomodi.
Consiglio di vecchio, e aiuto di giovane.
Credi agli anni.
Dal vitello si conosce il bue.
De' giovani ne muor qualcuno, de' vecchi non ne campa
niuno.
Da novello, tutto è bello; da stagione tutto
è buono.
Di puledro scabbioso, alle volte hai cavallo
prezioso.
Dicesi di quelli che da giovani
fanno delle scappate e poi riescono galantuomini.
È gran saviezza risparmiar la vecchiezza.
È più facile arrovesciare un pozzo, che
riformare un vecchio.
Gastiga il cane, gastiga il lupo, non gastigar l'uomo
canuto--o
Gastiga il cane e il lupo, ma non il pel canuto.
Giovane assestato, roba porta.
Giovane chi è sano.
Giovane invidiato, o virtuoso o innamorato.
Giovane ozioso, vecchio bisognoso--e
Giovane senza esercizio, ne va sempre in
precipizio--e
Chi non fa bene in gioventù, stenta in
vecchiaia.
Gioventù in olio, vecchiezza in
duolo--e
In gioventù sfrenato, in vecchiezza
abbandonato--e
Gioventù disordinata fa vecchiezza
tribolata--e
Bravure da giovani, doglie da vecchi.
Gli uomini hanno gli anni che' sentono, e le donne quelli
che mostrano.
Guardisi d'invecchiare chi non vuol tornar
fanciullo--e
I vecchi e i briachi sono due volte fanciulli.
Bis pueri senes.
I capelli grigi sono i fiori dell'albero della morte.
I diciott'anni non sono mai stati brutti.
Il diavolo è cattivo perché è
vecchio.
L'esperienza, il tempo, crescono
la malizia.
Il mal de' cent'anni vien troppo presto--e
Il vecchio che si cura cent'anni dura.
Il peso degli anni è il maggior peso che l'uomo
possa portare--e
Chi è vecchio e d'esser non lo crede al
saltar della fossa e' se n'avvede.
Il vecchio rimbambisce, e il giovane impazzisce.
In gioventù bisogna acquistare,
quel che in vecchiezza ti può giovare.
I polledri non abboccan la briglia.
Per questo fu detto:
Tempra de' baldi
giovani
Il confidente ingegno.
I vecchi son lepri, dormono con gli occhi aperti.
La gioventù è il pregio dell'asino.
La gioventù è una bellezza da
sé.
La malizia viene avanti gli anni.
La morte non guarda solamente al libro de'
vecchi--e
Così presto muoion le pecore giovani come
le vecchie--e
Non ha più carta l'agnello che la pecora.
Non ha maggior sicurezza delia vita ii
giovane che il vcXchio: per carta stintende scritta,
obbligo promessa--e
Al macello van più capretti giovani che
vecchi.
L'arcolaio, quanto più è vecchio, e meglio
gira.
Quando il pagliajo vecchio piglia fuoco, si spenge
male.
Le mattie de' vecchi sono
più vistose di quelle de' giovani.
La sapienza non sta nella barba--e
La vecchiaia viene con tutti i malanni--e
Chi ha degli anni ha de' malanni--e
Con gli anni vengon gli affanni.
La vecchiezza è un male desiderato da tutti: la
gioventù un bene non conosciuto da nessuno.
La vecchiezza è da ognuno desiderata; quando
s'acquista viene odiata.
<<La morte non è
male; perché libera l'uomo da tutti i mali, e
insieme coi beni gli toglie i desiderii. La vecchiezza
è male sommo, perché priva l'uomo di tutti
i piaceri lasciandogliene gli appetiti; e porta seco
tutti i dolori. Nondimeno gli uomini temono la morte e
desiderano la vecchiezza>> (LEOPARDI, Pensieri.)
La vergogna in un giovane è buon segno.
Le cane son vane, e le rappe sono certane.
La canutezza non è sicuro
indizio della vecchiaia, ma le grinze o crespe o
piè d'uccellino sono più certe. Rappe, le screpolature della pelle; pe' medici, rágadi. Cano per canuto è della
lingua più antica, e quindi più prossima al
latino.
Amor, tu sai ch'io son col
capo cano.
Eppur vèr me riprovi l'armi antiche. (SENNUCCIO DEL BENE)--e
Barba canuta non è creduta, s'egli è
rapà e' dice la verità.
I capelli bianchi son testimonj falsi.
Le marmeggie stanno sempre nella carne secca.
Son vermini; e significa che i
vecchi hanno sempre qualche malscalcia o
guidalesco.
Le poma ai putti, e il libro ai vecchi.
Le ricchezze in mano d'un giovane, sono come rasojo in
mano di un bambino.
Lo impacciarsi con bestie giovani è sempre
bene.
La gioventù è
sempre un buon capitale.
Maledetto il giovane di cento anni, e benedetto il
vecchio di venti.
Il vecchio, cioè, che
all'esperienza degli anni aggiunga la gioventù
degli affetti. Ma si dice poi:
Ragazzi savi e vecchi matti, non furon mai buoni a
nulla.
Nella vecchiaia, la vita pesa e la morte spaventa.
Nessun vecchio spaventa Dio.
Non c'è cosa peggiore,
che in vecchie membra il pizzicor d'amore.
Non c'è il peggior frutto di quello che non matura
mai.
Non tutte l'età son buone per un esercizio.
Non v'è giovane che non sia bella, né
vecchia che non sia brutta.
Ogni polledro vuol rompere la sua cavezza.
La gioventù ne vuol far
sempre qualcuna delle Sue.
Ognuno ha la sua vecchiezza che si prepara.
Onora il senno antico.
Propriamente è sentenza
più che Proverbio; ma era tra quelli del Giusti, e
non l'abbiamo scartato perché starebbe anche bene
in luogo d'epigrafe a questo voiume, dove è gran
parte del senno antico, del senno dei vecchi, come esce
filtrato da tutta una vita o da una intera generazione
d'uomini.
Panno vecchio presto schiantato.
Più che vecchi non si campa.
Quando i vecchi pigliano moglie, le campane suonano a
morto.
Quando il capello tira al bianchino, Iascia la donna e
tienti il vino--e
Quando l'uomo n'ha cinquanta
bisogna che salvi la midolla (o il sugo) per la pianta.
Quanto più l'uccello è vecchio, tanto
più malvolentieri lascia le piume.
Qui lasciar le piume può
significare, o dipartirsi dalla vita, o più
strettamente, alleggerirsi di panni. Ed è vero
difatti che i vecchi sono contrari assai più dei
giovani e a morire e a lasciare il mantello. E può
anche significare che il vecchio più malvolentieri
s'alza dal letto.
Quanto più s'invecchia e più cresce la
soma.
Può essere detto
egualmente dell'accumularsi i mali, o gli errori, o i
vizi, o le colpe, o i peccati.
Quel ch'è permesso in gioventù, non
è permesso in vecchiaia.
Se il giovane sapesse, e se il vecchio potesse, e' non
c'è cosa che non si facesse.
Se non vuoi viver vecchio appiccati giovane.
Si muore giovani per disgrazia e vecchi per dovere.
Tutto cala in vecchiezza, fuorché avarizia,
prudenza e saviezza.
Un asin di vent'anni è più vecchio d'un
uomo di sessanta.
Bel frizzo d'un vecchio a un
giovane che millantavasi di sua fresca età.
Vecchio che non indovina, non vale una sardina.
Vecchio è chi muore--e
Il morire è il pane de' vecchi.
Vecchio in amore, inverno in fiore--e
Vorrebbe il vecchio ringiovanire
ma ciò che gli riesce è il rimbambire.
(Vedi
Esperienza.)
Giustizia, Liti
Alla porta dell'avvocato non ci vuol martello.
Dev'essere sempre aperta.
Al litigante ci voglion tre cose: aver ragione, saperla
dire, e trovar chi la faccia.
Anche il diritto ha bisogno d'aiuto.
Chi a piati s'avvicina, a miseria s'incammina.
Chi compra il magistrato, vende la giustizia.
Chi è in tenuta, Iddio l'aiuta.
Cioè, in possesso: ed il
concetto medesimo si suole esprimere in quest'altro
modo:
A cacciare un morto ce ne vuol quattro; a cacciare un
vivo ce ne voglion ventiquattro.
Altri dichiarano il concetto in questo
modo:
A cavar di casa un morto, ce ne vuol quattro dei
vivi.
Chi fugge il giudizio, si perde--e
Chi non compare, si perde.
Vadimonia fiunt.
Chi ha la sentenza contro, e se n'appella,
a casa porta due triste novelle.
Chi ha ragione teme, chi ha torto spera.
Chi negozia con scrittore e con notaro litiga di
raro.
Chi mette in carta ogni cosa, e
procede legalmente.
Chi perde a ragion non perde nulla.
Cioè, chi perde
giustamente, avendo già il torto.
Chi si giustitica dalla legge, cade dalla grazia.
Chi troppo prova, nulla prova.
Colle mani in mano non si va da' dottori.
Con le leggi si fa torto alle leggi.
Con ragione patisce, chi senza ragione piatisce.
Da giudice che pende, giustizia invan s'attende.
Di tre cose il diavolo si fa insalata, di lingua
d'avvocati, di dita di notaj, e la terza è
riservata.
È meglio esser martire che confessore.
Meglio, per coloro che sono in
forza della giustizia patire i tormenti, che confessare i
delitti commessi. (SERDONATI.)
È meglio una mano dal giudice, che un abbraccio
dall'avvocato.
Perché I'avvocato ti
dà ragione sempre.
Finché la pende, la rende.
Finché la lite pende,
porta guadagno a procuratori, avvocati e notai.
Gran giustizia, grande offesa.
Summum jus, summa
injuria.
Il buon giudice, spesso udienza, raro
credenza--e
Il buon giudice tosto intende, e tardi giudica.
Il litigare è uno smagralitigatori, e
ingrassavvocati--e
La penna dell'avvocato è un coltello di
vendemmia--e
Piatire e litigare all'avvocato è un
vendemmiare.
I patti rompon le leggi.
La giustizia è fatta come il naso, che dove tu lo
tiri viene.
La giustizia catalana,
mangia la pecora e la lana.
Proverbio nato nei tempi del
governo spagnolo.
La legge effetto, e la grazia affetto vuole.
La limosina si fa colla borsa, e non col bossolo.
Vale che per compassione non si
dee offendere la giustizia in favor de' poveri. Il bossolo è l'urna che va attorno per i
partiti.
La lite vuol tre cose, piè leggiero, poche parole
e borsa aperta.
La propria roba si può prendere dove si trova.
La veste de' dottori è foderata dell'ostinazione
de' clienti--e
Gli sciocchi e gli ostinati fanno ricchi i
laureati.
L'inferno e i tribunali son sempre aperti.
Lite intrigata, mezza guadagnata.
Meglio assolvere un peccatore, che dannare un giusto.
Né solamente delle
sentenze dei magistrati, ma dei giudizi degli
uomini.
Meglio la corte che la croce.
Meglio un magro accordo, che una grassa sentenza.
Muovi lite, acconcio non ti falla.
Detto di chi muove liti spallate
per istrapparne, in via d'accordo, qualcosa.
Né a torto né a ragione, non ti lasciar
mettere in prigione.
E al tempo del Serdonati si
diceva:
Dio mi guardi dalle prigioni del Duca.
Nessun buono avvocato piatisce mai.
Non c'è cattiva causa che non trovi il suo
avvocato.
Ma s'intende spesso della
diversità dei pareri e delle gatte a pelare che
molti pigliano favellando.
Non trescar co' ferri di bottega.
Per ferro di bottega s'intende la gente di tribunale--e
Notai, birri e messi, non t'impacciar con
essi--e
Birro, potestà e messo, tre persone e un birro
stesso.
Piatire, dolce impoverire.
Procuratori, pelatori, piluccatori, pericolatori.
Proteste e serviziali non fan né bene né
male.
Quattrini e amicizia rompon le braccia alla
giustizia.
E per via di un giuoco di
parole:
Donato ha rotto il capo a Giusto.
Se tu hai torto fa' causa, se tu hai ragione,
accordati.
Quel sublime imbroglione del
Mirabeau soleva dire dell'avversario suo l'Abate Maury:
-- quando egli ha ragione disputiamo, e quando ha torto
io lo schiaccio.
Son più i casi delle leggi.
Tra due litiganti, il terzo gode.
Governo, Leggi, Ragion di Stato
All'ufficio del Comune, tristo o buono, ce ne vuol
uno.
A popol sicuro non bisogna muro.
Beata quella città che ha principe che sa.
Savio e sapiente più che
saputo: <<Federigo di Prussia credette (come i
filosofisti di quel tempo) che l'amore della virtù
consistesse nel decomporre, negare, discredere; e nelle
lettere private sfoggiò cinico disprezzo per ogni
credenza; ma l'egoismo di quella scuola applicava agli
interessi di re, e diceva: Se volessi gastigare una
mia provincia la darei a governare ad un
filosofo.>>
Biasimare i principi è pericolo, e il lodargli
è bugia.
Chi comanda non suda.
Chi dice parlamento, dice guastamento.
Antico proverbio fiorentino dei
tempi della Repubblica: fare parlamento allora
significava chiamare il popolo in piazza; il che ogni
volta portava seco qualche mutazione nello Stato. ed era
ogni volta cagione di scandali.
Chi disse ragion di Stato, disse un tristo;
e chi disse ragion di confino, disse un assassino.
Chi fa la legge, servarla degge.
Chi fonda in sul popolo fonda in sulla rena.
Sul popolo, cioè su
quella parte mobile d'esso popolo che ad ogni vento si
leva in alto, e levata, si disgrega; e perché sola
si mostra e sola si muove, acquista un nome che si
conviene a tutti: cercate più in giù e
troverete il terreno sodo.
Chi mangia la torta del comune, paga lo scotto in
piazza.
Chi non ha visaccio, non vada in Palazzo.
Chi non è sfacciato, chi
non ha il viso inverniciato, non si metta a stare in
corte; così spiega il Serdonati, e certamente bene
assai: ma il Proverbio forse era nato prima di lui e
della corte.
Chi più edifica più distrugge.
Segnatamente quando si tratta di
ordinamenti civili o politici.
Chi serve al comune, non serve a nessuno.
Chi troppo mugne, ne cava il sangue.
Si dice delle troppe
gravezze.
Con poco cervello si governa il mondo.
Videbis, fili mi, quam
parvâ sapientiâ regitur mundus. Ricordo
lasciato dal grande Cancelliere Oxenstiern.
Dappoiché i decreti hanno avuto ale, e i soldati
valigie, e che i monaci vanno a cavallo, ogni cosa è
andata male.
Da principe bugiardo libera nos, Domine.
Dio ci manda la carne, e il diavolo i cuochi.
Dov'è il Papa, ivi è Roma.
Roma illic est, ubi est
imperator. Erodiano: e Atene era sulle mura di legno
(ne' navigli che la difendevano) e a mal grado Napoleone
la Spagna a Cadice; e prima, Siena a Montalcino.
Dove parlano i tamburi taccion le leggi.
D'un disordine nasce un ordine.
Duro a vecchia licenza, nuova legge.
Duro, latinamente durum; dura cosa è frenare con leggi la
licenza passata in abito.
È meglio città guasta che perduta.
Detto crudele di Cosimo padre
della patria.
E' si danno gli ufficii, ma non la discrezione.
Fatta la legge, pensata la malizia.
Forca vecchia, spia nuova.
Forca si dice ad uomo
degno di forca.
Garbuglio fa pe' male stanti.
Gli inconvenienti degli Stati sono come i funghi.
Che nascono in una notte.
Guai quando i giovani comanderanno e che le botteghe si
toccheranno.
È antichissimo a Venezia,
e tutto improntato di quella politica sapienza, della
quale si conservano pur tuttavia Ie tradizioni nel popolo
veneziano. Lo avemmo noi dal Sagredo, chè uomo di
quella scuola, e che bene vi scorgeva quasi una profezia
del presente. <<La smania del comandare (dice) egli
ed il rinnegare che s'è fatto l'autorità
dell'antico senno, e l'esorbitante vastità delle
industrie, donde le turbe dei nulla aventi accesi ad ogni
cupidità queste cose a noi recarono i mali frutti
che tutti assaggiano, e son la piaga del tempo
nostro".
Guelfo non son, né Ghibellin m'appello;
chi mi dà più, io volterò
mantello--o
Chi mi dà da magniar, tengo da quello.
I birri pigliano, e il popolo impicca.
Quando alcuno è preso, il
popolo subito giudica della pena che dee patire.
(SERDONATI.)
I cervi non comandano a' leoni, ma i leoni a' cervi.
Il buono a nulla è assistito dalla legge di
tutti.
Nel che sta il bene e la ragione
delle società civili.
Il buon pastore tosa, ma non iscortica.
Il buono ufficiale vuol aver due cose, mano larga e
brachetta stretta.
Chi è a governo d'altri
né avaro né libertino. (SERDONATI.)
Il fisco è come l'idropico.
Cresce il corpo e impiccollisce
le membra.
Il governo che arricchisce, sempre a' sudditi
gradisce.
Il magistrato è paragon dell'uomo.
Ed il Guicciardini disse
stendendo il proverbio alla forma del suo scrivere:
<<Il magistrato fa manifesto il valore di chi lo
esercita.>>
Il peccato del signore fa piangere il
vassallo--e
De' peccati de' signori fanno penitenza i
poveri.
Spesso i principi fanno eccessive
spese, e non bastando loro le proprie entrate, si
rinfrancano con balzelli. (SERDONATl.)
Il pesce comincia a putir dal capo--e
Spesso il male vien da'
reggenti.
Il popolo, quando falla, dev'essere gastigato; ma il
principe, se erra, dev'esser avvisato.
Il re va dove può, non dove vuole.
Anch'egli (guardandovi) è
servo dei servi; niuno ha maggiori obbligazioni e niuno
dipende da maggior numero di persone; dipende da tutti.
Il buffone di Filippo II diceva al re: <<se quando
voi dite sì, tutti dicessero no, come, o Sire, ve
la cavereste?)>>.
I principi confettano gli stronzi.
Cioè indorano i da
nulla.
I principi hanno le mani lunghe--e
Un gran principe sempre have, lunghe mani ed ira
grave.
I principi sono come i contadini, ogni anno ingrassano un
porco e poi se lo mangiano.
Questo Proverbio somiglia al
detto di Catone maggiore: <<Il re per natura
è un animale carnivoro.>> (GIOBERTI.) lo
credo piuttosto che qui si debba intendere dei favoriti;
e il proverbio sia nato sotto il governo spagnolo, dove
ogni re aveva i suoi creati e i suoi privati che un tempo
ingrassavano e per il solito facevano mala fine.
I sudditi dormono cogli occhi del principe.
L'acqua e il popolo non si può tenere.
La legge nasce dal peccato--e
Dai mali costumi nascono le buone leggi.
L'altissimo di sopra ne manda la tempesta,
l'altissimo di sotto ne mangia quel che resta,
e in mezzo a due altissimi restiamo poverissimi.
Questo Proverbio nacque con
Napoleone I; ma non è morto nel 5 maggio.
(Raccolta veneta.)
La pietra del ministro al reo non giova.
Cioè, che il ministro sia
lapidato.
L'avarizia de' re, peste dei regni.
Le leggi si volgono dove i regi vogliono.
L'ordine è pane, e il disordine è fame.
L'unione alla città è gran bastione.
Mai sbandito fe' buona terra.
Meglio un buon re che una buona legge.
Miseri quei tempi che hanno le leggi nelle mani.
Che hanno cioè per legge
la forza.
Né di tempo né di Signoria, non ti dar
malinconia.
Questo Proverbio fu trovato a'
tempi della Repubblica, essendoché i Priori, che
insieme col Gonfaloniere erano detti comunemente la
Signoria, intra due mesi finivano. (STROZZI.)
Negli ordini pari, i pareri son dispari.
Ordine, per consiglio o
magistrato.
Negli Stati il sospetto si punisce per l'effetto.
La loi des suspects non
fu inventata dal Merlin, né abrogata dopo
lui.
Nel governo più importa saper comandare che
obbedire.
Nella terra del tiranno trist' a quelli che vi
stanno--e
Il popolo piange quando il tiranno ride.
Non cercar mai d'udire
da' Principi quel che'e' non voglion dire.
Non si piglia il vento alla vela, senza licenza del
nocchiero.
Nuovo signore, nuovo tiranno--e
Dio ti guardi, signore,
che dopo questo ne verrà un peggiore.
Usansi quando si tratta dell'elezione
d'alcun ufiziale o magistrato. È trito quel detto
d'una vecchierella che pianse Nerone.
Pane e feste tengon il popolo quieto.
Detto del magnifico Lorenzo de'
Medici, che molto bene se ne intendeva. Panem et
circenses. In altro modo:
Pane in piazza, giustizia in palazzo, e sicurezza per
tutto.
Papa per voce, Re per natura, Imperatore per forza.
Quando i mugnai gridano, corri alla tramoggia.
Taluni imbroglioni fingono di
leticare per far nascere confusione, e s'approfittano di
quella per fare altrui danno, o rubare.
Quando il cieco porta la bandiera, guai a chi vien
dietro!
Quel ch'è di Cesare è di Cesare.
San Magno supera San Giusto.
È detto per certi giudici
che prendono l'imbeccata.
Sogni de' Principi, ricchezze di poveri.
Sogni di banditi, fantasie di storpiati, disegni di
falliti.
Tale abate, tali monaci--e
Qual è il rettore, tale sono i popoli.
Tale, indeclinabile, è
idiotismo fiorentino--e
Quel che fa il signore, fanno poi molti.
<<Quand Aguste buvait, la
Pologne ètait ivre.>>
Tal grida palle palle, che farebbe dálle,
dálle.
Ognuno sa che palle palle era in Firenze il grido dei partigiani di casa
Medici.
Tirannia, tumulto e farina, delle città son la
rovina.
Tra la briglia e lo sprone, consiste la ragione.
Ora si direbbe tra'l
conservativo e il progressivo; e si direbbe assai
peggio.
Tumulto presente, rigor pronto.
Tutte le cose che fanno i Principi, son ben fatte.
Cioè hanno a stare come
sono.
Tutti adorano il sole che nasce--e
Il sole che nasce ha più adoratori di
quel che tramonta.
Una noce in una vigna, una talpa in un prato, un legista
in una terra, un porco in un campo di biada, e un cattivo
governatore in una città, sono assai per guastare il
tutto.
Val più uno a fare che cento a comandare.
Vivano le berrette, e muoiano le foggette.
Era in Firenze come grido di
guerra del popolo grasso contro al minuto; ed il
contrario si gridò pochi anni dopo.
Gratitudine, Ingratitudine
All'uom che è grato tutto va creduto.
Amico beneficato, nemico dichiarato.
A molti vili l'obbligo della
gratitudine pesa come una specie di servitù laonde
maggiore il beneficio, maggiore l'odio verso il
benefattore.--Quod beneficia eousque læta sunt,
dum videntur exsolvi posse: ubi multum antevenere, odium
pro gratia redditur. (TACITO.)
Ben per male è carità, mal per bene
è crudeltà.
Boccono rimbrottato (o rimbrontolato) non
affogò mai nessuno.
Dicesi per fare intendere non
essere da sdegnarsi se talora alcuno adirato ti rinfaccia
i benefizi che t'ha fatti: ma doversi comportare con
pazienza, perché il benefizio non si toglie per
rimproverarlo.
Chi ben dona, caro vende, se villan non è chi
prende.
Chi fa del bene agli ingrati, Dio l'ha per
male--e
A far del bene alle carogne (o agli
asini) Sant'Antonio l'ha per male.
Chi fa del bene agli ignoranti, fa onta a
Cristo--e
Fate del bene al villano, dirà che gli
fate del male.
Ignoranti, villani, gli
sconoscenti--e
A far del bene ci facciamo dei nemici.
Chi ringrazia, non vuol obblighi.
Grazie, è formula
di chi non accetta ed anche di chi vuol subito
sgabellarsela e quasi scuoter via la gratitudine.
Comun servigio ingratitudin rende--e
Chi dona al volgo, inimicizia compra.
Dispicca l'impiccato, impiccherà poi te.
Intendesi nello stile dei
proverbi, che lo spiccato poi t'impiccherà. Ed
anche più disperatamente:
Non far mai bene, non avrai mai male.
Fa' bene a' putti se lo dimenticano, fa' bene a' vecchi
muoiono.
Fate del bene al lupo, che il tempo l'ha ingannato.
Dicesi del far bene a chi non lo
merita. (SERDONATI.)
Fatta la festa, non v'è chi spazzi la sala.
Somiglia quello
napoletano:
Avuta la grazia, gabbato lo santo--e
Quando il corsaro promette messe e cera mandalo in
galera.
Il ben far non porta merito.
Ma è un debito che si paga, un
dovere che ciascuno ha.
Il dono dee chiuder la bocca a chi lo fa, ed aprirla a
chi lo riceve.
Il ringraziar non paga debito.
Non basta dir grazie, se
non si rendono grazie, sieno pur anche di solo
affetto.
L'asino, quando ha mangiato la biada, tira calci al
corbello.
L'ingrato colle bestie si conviene,
che non sa se non render mal per bene.
Maledetto il ventre che del pan che mangia non si ricorda
niente.
Non c'è schiavo più legato, che all'amico
l'obbligato.
Nutri la serpe in seno, ti renderà
veleno--o
Nutri serpe in seno, ci lascerà
veleno--e
Nutrisci il corbo, e' ti caverà gli occhi.
Opera fatta, maestro in pozzo.
Perché tutti ne dicono
male, ch'è ingratitudine anche quella.
Quanto più si frega la schiena al gatto,
più rizza la coda.
D'alcuni, che quante più
carezze loro si fanno, più imbizzarriscono.
Se ben tu fai, sappi a chi lo fai.
Val più un piacere da farsi che cento di quelli
fatti.
Si suole in Spagna un certo
detto usare
(Certo quelli Spagnuoli han di be' tratti)
Che un servigio val più che s'abbia a fare
Che centomila milïon dei fatti. (Orlando
Innamorato.)
(Vedi
Beneficenza.)
Guadagno, Mercedi
A cavallo che non porta sella, biada non si crivella.
Non si fa le spese a bocche
inutili.
Altro che fischio vuol la pecora.
Chiede buon pascolo, erba
fresca.
Assai domanda, chi ben serve e tace.
Assai va al molino chi ci invia l'asinino.
Chi mette la roba è come
se mettesse la persona.
Bocca unta non può dir di no--e
Come l'anguilla ha preso l'amo, bisogna che vada
dov'è tirata.
Buona via non può tenere, quel che serve senza
avere.
Chi serve a ufo o male
remunerato è miracolo se non falla.
Chi è a opra è a oprare--ma
Secondo la paga, il lavoro.
Chi mal paga un'opera, non può chiederne
un'altra.
Non vale soltanto per le opere
dei contadini, ma per ogni altro servizio.
Chi sta sotto alla piccionaia, casca sempre qualche
penna.
Chi pratica persone ricche e
potenti ricava sempre qualche cosa.
Col solo grazie non si mangia.
Da una sola vacca non si cava due pelli.
Cioè non bisogna volerne
troppa.
Dove l'oro parla, la lingua tace.
È meglio indarno stare, che indarno lavorare.
È meglio servire un ricco avaro, che un povero
liberale.
Giornata di mare non si può tassare--e
Viaggio cominciato nolo guadagnato.
Proverbi usati da marinai noleggiatori
di bastimenti.
Il mare fa fortuna, non le fonti.
Il molino non macina senz'acqua--e
Ogni molino vuol la sua acqua.
Il quattrino fa cantare il cieco--e
A ufo non canta il cieco--e
Uomo digiuno non canta--e
Senza danari non si hanno i paternostri--e
Senza suono non si balla.
Intendi il suono delle
monete--e
I danari fan correre i cavalli.
Invan si pesca, se l'amo non ha l'esca.
L'agnello è buono anche dopo pasqua.
Si vuole intendere delle mancie,
come d'ogni altro guadagno.
Ogni fatica merita ricompensa.
Ogni poco che si guadagni, è me' che starsi.
Perché vada il carro, bisogna unger le
ruote--o
A voler che il carro non cigoli, bisogna ugner
le ruote.
O solamente:
Unto alle ruote--e
La carrucola non frulla se non è
unta--e
Il canapo è unto con l'argento.
Poco cacio (o poco pane) poco
Sant'Antonio--e
Poco cacio fresco, poco San Francesco.
È detto che si attribuisce ai
Frati cercatori: chi poco ha dato poco rimerita, sia dai
santi, sia dagli uomini.
Ed anche
Tanto pane, tanto Sant'Antonio.
Tanti ne nasce tanti ne muore.
Detto di quelli che mangiano o
consumano quanto guadagnano.
Quei che secca gli è quei che becca.
Pel solito i meno meritevoli ma
i più importanti son quelli che più, si
buscano servigi e favori. (Proverbio
Lombardo.)
Senza mercede non s'insegna.
Si fa prima l'opera, e poi si paga--e
Chi paga innanzi è servito dopo--e
Chi vuol lavor mal fatto, lo paghi innanzi tratto.
Tanto, a servir chi non conosce, vale
chi serve ben, quanto chi serve male.
Chi non conosce significa
chi non riconosce, chi non rimerita il buon
servigio.
(Vedi
Ozio, Industria, Lavoro.)
Guerra, Milizia
Alla guerra non ne nasce.
Si usa per significare che vi
è rischio di morire.
Alla guerra si va pieno di danari, e si torna pieno di
vizi e di pidocchi.
Allo stendardo tardi va il codardo.
Arme certa alla bandiera.
Soldati buoni si vuole avere
intorno all'insegna o bandiera, che perduta fa sbandare
l'esercito.
Arme lunga fa buon fante.
A tempo di guerra con le bugie si governa.
A tempo di guerra ogni cavallo ha soldo.
Bandiera vecchia (o rotta) fa onore al
capitano.
Perché non gli è
stata tolta mai: e dicesi poi di chiunque abbia quasi
consumati gli istrumenti della sua arte per avergli molto
adoperati.
Campo rotto, paga nuova.
Ai soldati dopo una sconfitta
non si lasciano mancare le paghe, per la maggiore
difficoltà di vivere sul paese e per tenerli
insieme.
Chi ben guerreggia, ben patteggia--e
Chi fa buona guerra, ha buona pace.
Chi è povero di spie, è ricco di
vitupero.
Chi guida imprese, persuada e faccia.
Vale in guerra ed in pace, e in
ogni cosa che voglia seguito e comune opera di molti:
questi si governano con la persuasione e con
l'esempio.
Chi ha l'armi in mano, è padrone d'ogni cosa.
Chi porta spada e non l'adopra, ha bisogno di chi la
cuopra.
Chi va alla guerra, mangia male e dorme in terra.
Città affamata, città espugnata.
Della pace ognun ne gode.
Dov'è guerra non fu mai dovizia.
Gli errori nelle guerre divengono pianti.
Gran vittoria è quella che si vince senza
sangue.
Guerra cominciata, inferno scatenato.
Il buon soldato esce dal prato.
I contadini riescono i migliori
soldati perché avvezzi a due cose, alla fatica e
alla parsimonia, e perché fra tutti gli ordini di
persone i meno corrotti.
Il fine del soldato è l'essere ammazzato.
Il mondo senza pace è il danaro del soldato.
In chiesa per devozione, alla guerra per
necessità.
I neutrali sono come chi sta al secondo piano, che ha il
fumo del primo e il piscio del terzo.
I pochi fanno buona prova, ma i più vincono.
Vale anche fuori della milizia.
I soldati fanno come i cavalli che annitriscono a chi li
governa, e tiran calci al padrone.
La guerra cerca la pace--e
La guerra molti atterra.
La guerra non è fatta per i poltroni--e
I bravi alla guerra, e i poltroni alla scodella.
La guerra fa i ladri, e la pace gl'impicca.
La guerra fa per i soldati.
Si dice agli
accattabrighe.
La lancia val più delle carte.
Nella pace i giovani seppelliscono i vecchi, ma nella
guerra i vecchi seppelliscono i giovani.
Nemico diviso, mezzo vinto.
Divide et impera, non si
dice e non si pratica solamente in guerra.
Non a tutti è lecito chiamarsi soldato.
Non conosce la pace e non la stima,
chi provato non ha la guerra prima.
Non è viaggio senza polvere, né guerra
senza lacrime.
Pace e vittoria son giudici in guerra.
Per la ragion di Stato e di confini,
son rovinati ricchi e poverini.
Quando il re parte, la città sta male.
Dicesi in tempo di guerra, ma si
adopera in traslato giocando a' Tre Setti.
Sole in vista, battaglia perduta.
Fu artificio d'Annibale che
l'esercito dei Romani avesse a Canne il sole negli
occhi.
Tra pace e tregua, guai a chi rilieva.
Chi ne tocca vicino alla pace
non ha poi tempo di rivalersi.
Triste è quel gioco, dove si teme il fuoco.
Un bel morir tutta la vita onora.
E per ischerzo poi s'aggiunge:
<<Ma un bel fuggir salva la vita
ancora>>.
Venere dorme, se Marte veglia;
se Marte dorme, Venere veglia.
La guerra ha questo: cava l'ozio
di capo agli uomini, e gli educa al sacrifizio.
Ingiurie, Offese
A chi te la fa, fagliela.
A chi vuol far del male, non gli manca mai occasione.
Alle volte col torto si fa l'uomo diritto.
Ricevere un torto, familiarmente
vale patire ingiuria con danno, che poi fa l'uomo essere
accorto.
Amico riconciliato e non vendicato, è bastone dopo
(o dietro) l'uscio.
Cioè nascosto e che ti
minaccia.
A volere fare un valente, convien fargli villania.
Dunque non torna conto far
villanie.
Chi il suo can vuole ammazzare, qualche scusa sa
pigliare.
Chi non vuole trattare con una
persona o vuole offenderla, sa apporle qualche diffetto o
colpa. E si dice anche:
Tosto si trova il bastone per dare al cane.
Chi non vuol briga con alcuno, offenda
ognuno--e
Chi vuol essere solo, stracchi gli altri.
Chi la fa, se la dimentica; ma non chi la
riceve--e
Si perdona, ma non si scorda.
Perciò
Chi offende, non dimentichi.
Si tenga in guardia dal canto
suo contro a' nemici ch'egli s'è fatto. Al che il
violento suole badare; e però si dice:
Chi offende, non perdona.
che fu il discorso dal
Machiavelli posto in bocca allo scardassiere:
perché s'è rubato e offeso assai, bisogna
rubare e offendere dell'altro.
Chi offende scrive nella rena; chi è offeso, nel
marmo.
Con la pelle del cane si sana la morditura.
Di chi mal fai, di lui non ti fidar mai.
Cioè di quello al quale
hai fatto male, perché egli mai più te la
perdona: ed era adagio di certi principi
fraudolenti.
È più facile far le piaghe che sanarle.
Del corpo e più
dell'anima.
Facciami ben, facciami mal, in cent'anni saremo
egual.
Frego non cancella partita.
D'offesa perdonata, ma non
obliata.
La mano tira, e il diavol porta--e
I colpi non si danno a patti.
<<Al secondo colpo mi cadde
morto di mano, qual non fu mai mia intenzione, ma siccome
si dice , li colpi non si danno a patti, ecc.>>
(BENVENUTO CELLINI, Vita.)
Mal per chi le dà, peggio per chi le riceve.
Non c'è tizzone che non abbia il suo fumo.
Non bisogna offendere né
provocare alcuno.
Non si può mordere il cane senza esserne
rimorsi.
Odio ricominciato, è peggio che prima.
Quando si va per dare, bisogna portar due sacchi.
Uno per dare, l'altro per
ricevere: dare nel significato di picchiare, menar
le mani, percuotere.
Vendetta di cent'anni ha ancora i lattaioli.
Ira, Collera
Acqua che corre non porta veleno--e
Chi tosto s'adira, tosto si placa--e
Chi s'adira non si ricatta.
Che anche diciamo:
Fiume furioso, tosto rischiara--e
Tosto scaldato, tosto raffreddato--e
L'acqua scaldata, più tosto gelata.
A volte questa
subitaneità può essere indizio di
leggerezza: non è cosa rara il riscontrarla negli
animi schietti e amorevoli. Direi però di stare in
guardia contro questo difetto, perché lasciandolo
trascorrere ti fa noioso e ridicolo. Il Monti era
irascibilissimo e placabilissimo, e perciò nel
tempo che egli signoreggiava sugli scrittori del suo
tempo, non vi fu scìolo che con un po' d'astuzia
non sapesse farne alla palla.
A pentola che bolle, gatta non s'accosta--e
Al legno mentre ardendo fa romore,
niuno si levi in piè per fargli onore.
Mentre il superiore è alterato,
non bisogna importunarlo, ma dar tempo al tempo
finché passi l'ira. (SERDONATI.)
A sangue caldo, nessun giudizio è saldo.
Botte di buon vino, cavallo saltatore e uomo rissatore,
duran poco col lor signore.
Can ringhioso e non forzoso, guai alla sua pelle.
Chi è collerico, è amoroso.
Chi non ha sdegno, non ha ingegno.
Chi s'adira, ha il torto--e
Chi s'adira, non è consigliato--e
Chi va in collera, perde la scommessa.
Di cani rabbiosi non si fece mai schiappo--e
In forno caldo non può nascer erba.
Guardati da aceto di vin dolce.
Cioè dall'ira de'
mansueti.
La collera della sera va serbata alla mattina.
Che si chiama dormirci
su.
La rabbia è tra' cani.
Le minaccie son arme del minacciato.
L'ira fa il ricco odiato e il povero disprezzato.
L'ira placata non rifà l'offese.
Lo sdegno fa far di gran cose.
Non t'adirare a tuo danno.
Non tagliare il fuoco col ferro.
Non ti opporre a chi è
nell'ira, ed ha abbandonato la ragione.
Per isdegno ogni cosa è lecita.
Cioè, più
agevolmente perdonata.
Quando la cornamusa è piena, comincia a
suonare.
Di chi ha taciuto un pezzo, e a
un tratto si sfoga.
Tempra la lingua quando sei turbato,
acciò che non ti ponga in malo stato.
Val più un'arrabbiata che una bastonata.
Per incutere timore e rispetto,
ed è vero.
Libertà, Servitù
Al servo pazienza, e al padrone prudenza.
Asino di molti, i lupi lo mangiano.
Anche lui era di quella
<<gente che non hanno nemmeno un
padrone.>>
Bel servire, bel partire.
Meglio è licenziarsi dal
padrone mentre s'è in grazia, che aspettare
d'esser mandato via.
Bue sciolto lecca per tutto.
Chi ben serve, bene è provvisto--ma
Chi ben serve non sarà mai ricco.
È bene provvisto, se il padrone
fa il suo dovere: ma il servo galantuomo non
arricchisce.
Chi dell'altrui prende, sua libertà vende.
Chi prende, si vende.
Chi di libertà è privo, ha in odio d'esser
vivo.
Chi è in altrui balìa, bisogna che ci
stia.
Chi ha da esser servito, ha da esser sofferito.
Chi non è in grazia, serve per nulla.
Chi non ha libertà, non ha ilarità.
Chi non vuol essere in libertà, possa essere
schiavo in Barberìa.
Chi si lascia mettere in spalla la capra, indi a poco
è sforzato a portar la vacca.
Chi vive in libertà, non tenti il fato.
Dove non è re, non lo cercare.
È meglio essere uccel di bosco che uccel di
gabbia.
È meglio esser padrone di un testone, che servo di
un milione.
Testone, vecchia moneta
del valore di tre paoli.
È meglio sentir cantare il rusignolo, che rodere
il topo.
È meglio stare al bosco strutto, che stare in
carcere ben ridutto.
È meglio stare al bosco e mangiar pignoli, che
stare in Castello con gli Spagnoli.
Felice colui che non passa porta altrui--e
Il pane degli altri ha sette croste--e
Il pane degli altri è troppo salato.
Tu proverai sì come
sa di sale
Lo pane altrui, e com'è duro calle
Lo scendere e 'l salir per l'altrui scale. (DANTE.) --e
Più pro fa il pane asciutto a casa sua, che
l'arrosto a casa d'altri.
In casa mia mi sa meglio
una rapa
Ch'io cuoco, e cotta su uno stecco inforco.
E mondo, e spargo poi d'aceto e sapa,
Che all'altrui mensa tordo, starna, o porco
Selvaggio; e così sotto una vil coltre,
Come di seta o d'oro, ben mi corco. (ARIOSTO, Satire.)
Gatto rinchiuso doventa leone.
I fastidi dei padroni sono i conviti dei servitori.
Ingratitudine ne' signori, invidia tra i servitori.
I servitori non sono altro che ventre.
I servitori sono come il tamburo, che suona ad altri, ed
esso ha le battiture.
La carne dell'asino è avvezza al bastone.
L'asino porta il basto e non lo sente;
se non lo sente, egli è assai valente.
La troppa libertà scavezza il collo.
Dicesi della sfrenatezza e della
licenza colle quali la vera libertà non ha niente
che fare.
Mal senza libertà si gusta il bene.
Meglio un'oncia di libertà che dieci libbre
d'oro.
Non è scappato chi si strascina dietro la
catena.
Così dalla tirannia degli
uomini, come da quella delle passioni.
Non portar basto.
Non portar groppa, o non tener groppa.
Non si lasciar
sopraffare.
O servi come servo, o fuggi come cervo.
Salario non arricchì mai giovane.
Salario è mercede
di chi serve, non di chi lavora.
Sanità e libertà vaglion più d'una
città.
Servi a principe e a signore, e saprai cos'è
dolore.
Servi il nobile ancorché sia povero.
Perché verrà tempo che ti
pagherà.
Se tu vuoi ubbidire, non fare più di quello che ti
vien comandato .
Tristo quel cane che si lascia prendere la coda in
mano.