Questi primi abbiamo tolti dal Serdonati; e non ci
parve lasciarli addietro per quello che possono avere
d'istorico.
Al Francese un'oca, allo Spagnolo una rapa.
Lo Spagnolo è più
frugale del Francese.
Chi si fida di greco, non ha il cervel seco--e
Greco in mare, Greco in tavola, Greco non aver a
far seco.
Scherza sul vento greco e sul vin
greco.
Chi vuol vincere l'Inghilterra, cominci dall'Irlanda.
Dai giudici galliziani, vacci coi piedi nelle mani.
Per piedi intendi uccelli o polli da
regalare--e
Venite pìando, e tornerete cantando.
Intendi anche qui con le galline in
mano. Come Renzo al dottore
Azzeccagarbugli.
Da Spagnoli e Imperiali, da Francesi e Cardinali, libera
nos, Domine.
Dove stanno de' Tedeschi non vi può stare
Italiani.
Il Serdonati lo spiega de' Lanzi a
tavola.
Faremo di Roma, adesso adesso di Firenze, a la magnana di Spagna, by and by d'Inghilterra, I warrant you di Scozia, gleich d'Alemagna, tantôt di Francia, son tutte
ciancie.
Francese furioso, Spagnolo assennato, Tedesco
sospettoso--e
Furia francese e ritirata spagnola.
Era vivo ai tempi napoleonici.
Francese per la vita, Tedesco per la bocca.
Fiorentini innanzi al fatto; veneziani sul fatto; senesi
dopo il fatto; tedeschi alla stalla; francesi alla cucina;
spagnoli alla camera; italiani ad ogni cosa; pisantin pesa
l'uovo; milanese spanchiarol; veronese cavoso; fiorentin
cieco; bolognese matto; mantuan bulhar; ferrarese
gambamarze; romagnuolo d'ogni pelo; spagnolo bianco;
lombardo rosso; tedesco negro; schiavone piccolo; genovese
guercio; veneziano gobbo.
Gli Spagnoli s'accordano a bravare, i Francesi a gridare,
gli Inglesi a mangiare, i Tedeschi a sbevazzare e gli
Italiani a pisciare.
è come dire a nulla mai.
Gli Italiani piangono, gli Alemanni gridano, i Francesi
cantano.
Guardati da Mattutin di Parigi e da Vespri Siciliani.
Allude il primo alla notte di San
Bartolomeo. --Quando Arrigo IV poco innanzi al morire
disegnava muovere guerra agli Spagnuoli che allora
tenevano la Lombardia e le Sicilie, disse un giorno
all'ambasciatore di quella nazione: --Se mi vien voglia
una mattina d'uscire di casa, farò la colazione a
Milano e il pranzo a Napoli. --A cui rispose
l'ambasciatore: --V.M. potrà esser pe' vespri in
Sicilia.--
Guerra con tutto il mondo e pace con l'lnghilterra.
Guerra spagnola, grande assalto e buona ritirata.
I don di Spagna, i conti d'Alemagna, i monsieurs di
Francia, i vescovi d'Italia, i cavalier di Napoli, i lordi
di Scozia, i fidalghi di Portogallo, i minori fratelli
d'Inghilterra e i nobili d'Ungheria, fanno una povera
compagnia.
I Francesi non dicono come voglion fare, non leggono come
scrivono, non contano come notano.
I Giudei in Pasqua, i Mori in nozze, i Cristiani in
piatire, sanno impoverire.
Il Francese per amico, ma non per vicino, se tu puoi.
Il medico di Valenza, lunghe falde e poca scienza.
Il ministro di Sicilia rode, quel di Napoli mangia, e
quel di Milano divora.
Proverbio nato sotto i
governatori e vicerè spagnoli.
Inglese italianato, è un diavolo incarnato.
I Tedeschi hanno l'ingegno nella mano.
Accenna ai lavori di squisita
diligenza che vengono di Germania.
La fame in Inghilterra comincia dalla mangiatoia del
cavallo.
La Spagna è una spugna.
Le nazioni smaltiscono diversamente il dolore: il Tedesco
lo beve, il Francese lo mangia, lo Spagnolo lo piange, e
l'Italiano lo dorme.
L'Inghilterra è il paradiso delle donne, il
purgatorio degli uomini e l'inferno dei cavalli.
L'Italiano è saggio prima di fare una cosa, il
Tedesco quando la fa, e il Francese quando è bell'e
fatta.
Nel colonizzare un'isola, la prima fabbrica eretta da uno
Spagnolo sarebbe una chiesa, da un Francese un forte, da un
Olandese un magazzino, e da un Inglese una bottega di
birra.
Non conosce l'Italia e non la stima,
chi provato non ha la Spagna prima.
Salamanca, alcuni sana e ad altri manca.
Signore spagnolo, e pasticciere francese.
Spagna magra, Francia grassa, Germania la passa.
Tedeschi intendono più che non sanno
esprimere.
Uomo di Spagna ti fa sempre qualche magagna--e
Uomo asturiano, vino puro, e lancia nella mano.
Per esser la terra piuttosto fredda
essi sono amanti del vino, e perchè anche
montuosa, turbolenti e faziosi.
In quelli che seguono, si è
voluto dare un saggio di certi motti e soprannomi e scherni
usati tra le città d'Italia: è storia, e
vorremmo che fosse tutta archeologia, ma ogni giorno
sbiadiscono, ed il registrarli non è male per qualche
indizio che si può trarne circa le varie nature di
questo popolo italiano. Queste rimasero più distinte
perchè erano più vive; ma ogni nazione ha poi
le sue che tra vicini si notano: e i Normandi litigiosi, ed
i Guasconi spaccamontagne, e i Parigini badauds non mai
disparvero sotto l'unità francese; e quell'ingegno
tutto anglicano di Samuele Johnson si piace battere gli
Scozzesi come se fossero Irlandesi; ed in Ispagna
il madrillero è il sior Florindo della commedia;
e in certo Rame viennese io mi ricordo avere veduto con la
sua analoga iscrizione sette giovinotti della Svevia andare
armati in ordinanza stretta per ammazare una lepre. Le quali
cose sarebbero bene che non ci fossero, ma ci sono; e col
negarle non si distruggono.
A Loreto tanto va lo zoppo che il diritto.
A Padova, i giudici danno la ragione ad ambe le
parti.
A Roma ci vogliono tre cose: pane, panni e pazienza.
E dicesi anche:
Chi lingua ha, a Roma va--e
Chi va a Roma, e porta un buon borsotto,
diventa abate o vescovo di botto--e
Chi va a Roma, né mula zoppa né borsa
floscia.
Chi Roma non vede, nulla non crede.
A Roma dottori, a Napoli ladroni, a Genova scavezzi, a
Milan tagliacantoni, a Venezia forestieri, a Fiorenza
scardassieri.
A Verona bisogna andare a letto quando le galline.
Era lamento de' Veneziani soliti
fare di notte giorno.
A Vinegia, chi vi nasce mal si pasce;
chi vi viene per ben viene.
Meglio la fanno quei che vengono
di fuori, che quei che vi nascono.
Bando bolognese, dura trenta giorni meno un mese.
Bergamaschi, Fiorentini e passere, n'è pieno tutto
il mondo.
Bologna è grassa per chi ci sta, non per chi ci
passa--e
Bologna la grassa, ma Padova la passa.
Brescia, può e non vuole;
Verona vuole e non può;
Vicenza può e vuole;
Padova né può né vuole.
L'origine istorica di questo
dettato, ch'era vivo nel cinquecento, non si è
potuta finqui rintracciare per molte indagini fatte in
quelle città e nelleZ altre circonvicine.
Castroni pugliesi, mannarini pistolesi, gran siciliano,
zucchero di Candia, cera veneziana, magli romaneschi, sproni
viterbesi, cacio di Creta, raviggioli fiorentini.
Chi passa Stra e non v'inciampa, va sano sino in
Francia.
Stra è borgo tra
Venezia e Padova, dove il viandante correva rischio di
essere svaligiato.
Chi volta il culo a Milan lo volta al pan.
Chi vuol provar le pene dell'Inferno,
la state in Puglia e all'Aquila di verno.
Compar di Puglia, l'un tiene e l'altro spoglia.
Corsica, morsica.
Proverbio nato ai tempi delle
guerre tra Côrsi e Genovesi.
Dove son due Monfin (cioè Monferratesi o
Monferrini), due ladri e un assassin.
Detto usato in Lombardia.
Genova, aria senza uccelli, mare senza pesce, monti senza
legna, uomini senza rispetti.
Genova, prende e non rende.
Genovese aguzzo, piglialo caldo--e
A fare un genovese ci vogliono sette ebrei e un
fiorentino.
Hanno nome di avarissimi.
Gente di confini o ladri o assassini.
Guardati da Toscan rosso, da Lombardo nero, da Romagnuol
d'ogni pelo.
Il Bergamasco ha il parlare grosso e l'ingegno
sottile.
Il bianco e il nero han fatta ricca Vinegia.
Cioè, il cotone e il
pepe.
Il Piemonte è la sepoltura dei Francesi.
È ricordato dal Baretti,
ed allude alle continue guerre tra Piemonte e Francia, la
quale vi ebbe quasi sempre la peggio.
Il Po non sarebbe Po, se l'Adda e il Ticin non ci
mettesser co' (capo).
Il prim'anno ch'altri va a Bologna, la febbre o la
rogna.
In Italia troppe feste, troppe teste, troppe
tempeste.
È del Serdonati.
In Roma più vale la cortigiana che la donna
romana.
In Sardegna non vi son serpenti, né in Piemonte
bestemmie.
È antica lode dei
Piemontesi.
In Tirolo si semina fagioli e nascono sbirri.
I Padovani impiccano l'asino.
I Padovani soleano la primavera
andare al confine de' Vicentini e con questi far un
badalucco da gioco; una volta la cosa finì seria,
e i Padovani tolto il Gonfalone de' Vicentini, sul quale
era efigiato un asino, lo sospesero alle forche.
(CANTÙ.)
I Romagnuoli portano la fede in grembo.
<<E però non
è da meravigliare quando i tiranni di Romagna
mancano di fede, conciossiachè sieno tiranni e
Romagnoli.>> (MATTEO VILLANI.)
I Romaneschi nascono co' sassi in mano.
I Salernitani ingannano il Diavolo.
I Veneziani alla mattina una messetta, dopo desinare una
bassetta, e la sera una donnetta.
E più breve:
Messetta, Bassetta, Donnetta.
I vescovi in Roma sono come i crocifissi in bottega del
legnaiuolo.
Ai quali nessuno si leva il
cappello.
I Vicentini quando piscia uno piscian tutti.
Proverbio vivo anche a'
dì nostri. Testimonianza di concordia nella
gentile città.
La Corte Romana non vuol pecora senza lana.
E pure:
Corte romana non vuol pecora sana.
Lago di Garda e Bocca di Celina porta spesso la
rovina.
È proverbio delle
province di Treviso e d'Udine ove sono paventati i
temporali che vengono dal lago di Garda. Celina è
torrente che scende dalle Alpi Carniche. (PASQUALIGO, Racc. Ven.)
La Lombardia è il giardino del mondo.
Legge veneziana, dura una settimana.
Legge vicentina, dura dalla sera alla
mattina--e
Legge di Verona, dura da terza a nona.
Le Trentine vengono giù pollastre e se ne vanno
sù galline.
Proverbio che ricorda le vecchie
animosità tra quelli della provincia di Trento e
di Verona: con la stessa malignità diciamo in
Toscana delle ragazze che vanno per le campagne a cantare
il maggio: Le maggiaiole vengono in due e tornano in
tre.
Milano la grande, Vinegia la ricca, Genova la superba,
Bologna la grassa, Firenze la bella, Padova la dotta,
Ravenna l'antica, Roma la santa.
Milan può far, Milan può dir, ma non
può far dell'acqua vin.
Non sappiamo in quale
città sia nato.
Napoletano largo di bocca e stretto di mano.
Nave genovese, e mercante fiorentino.
Nel monte di Brianza, senza vin non si danza.
Non ha Vinegia tanti gondolieri,
quanti Vicenza conti e cavalieri.
Non sono in Arno tanti pesciolini
quanti in Venezia gondole e camini.
Norcino di sette faccie, e otto se bisognano.
Pan Padovano, vin vicentino, carne furlana, trippe
trivigiane.
Pantalon, paga per tutti.
I veneziani erano tenuti
più, ricchi d'ogni altro. Ma perchè le
tasse più gravavano il popolo basso, usavano dire
venezianamente:
Scarpa grossa, paga ogni cossa.
Parma bell'arma, Reggio gentile e Modena un porcile.
Per certo è fatto a
Reggio; ma vero è che spesso Modena ebbe taccia di
poca nettezza, ed anche il Tassoni scherza così
della sua città:
Modena è una
città di Lombardia,
Ove si smerda ogni fedel Cristiano
Che s'abbatte a passar per quella via.
Parte veneziana non dura una settimana.
A Venezia la formula con cui
proponevasi una legge era: L'andera parte. Qui
parte vale la legge stessa, ossia partito vinto.
Prima Veneziani, e poi Cristiani.
Lo dicevano al tempo
dell'Interdetto.
Pugliese, cento per forca e un per paese.
Quando Fermo vuol fermare, tutta la Marca fa tremare.
Roma caput mundi, Venezia secundi.
Roma doma.
O meglio:
Roma Roma ogni pazzo doma, e ai cuori non perdona.
Roma a chi nulla in cent'anni, a chi molto in tre
dì.
Romagnuol della mala Romagna,
o ti giunta o ti fa qualche magagna.
Abbondano i motti contro a'
Romagnuoli, perchè vicini.
Romaneschi, non son buoni né caldi né
freschi.
Roma non fù matrigna a nessuno.
Roma travagliata, ché chi ha bella moglie vive
d'entrata.
Se Catania avesse porto, Palermo sarìa morto.
Per denotare la favorevole
posizione di Catania pel commercio.
Sicilia dà i Covelli, Francolino i Graziani,
Bergamo gli Zanni, Venezia i Pantaloni, e Mantova i
buffoni.
E ora Firenze gli
Stenterelli.
Soldati del Papa, otto a cavare una rapa;
senza il sargente non son buoni a niente.
Nel 1797, quando si
costituì la repubblica cisalpina composta anche di
papalini, si creò essa un esercito il quale fu
vituperato da quel detto di Bonaparte--che non avrebbe
resistito a un reggimento piemontese. (PASQUALIGO, Racc. Ven.)
Trieste pien de peste;
Città nova, chi non vi porta non vi trova;
Rovigno pien de ingegno, spacca i sassi come il legno;
Capodistria, pedocciosa; Isola famosa;
a Piran buon pan;
Umago, tre preti e un zago (ragazzo che serve
messe);
una femmina da ben, e il pievan che la mantien.
Rivista satirica di alcune terre
dell'Istria.
Udine, giardini senza fiori, castel senza cannoni,
fontane senz'acqua, nobiltà senza creanza.
Ne duole sempre riferire
ingiurie contro a nobili città o provincie, ma qui
le poniamo a insegnamento di tutti, e come censura di chi
l'ebbe pronunciate.
Vedi Napoli e poi muori--e
Venezia bella, Padova so' sorella, Treviso forte,
Serraval campana, Ceneda villana, Coneglian cacciator,
Belluno traditor, Prata disfatta, Brugnera per terra, Sacil
crudel, Pordenon selcià, e Porzia
innamorà.
Su questo proverbio storico
null'altro posso dire se non che Treviso venne
fortificato nei primi del secolo XVI, e sarebbe da
ritenersi questa l'epoca in cui esso nacque. Il castello
di Prata venne interamente distrutto dai Veneziani nel
primo quarto del secolo XV, guereggiando cogli Ungheresi
e Sigismondo Imperatore. Pordenone poi era selciato anche
nel medio evo, ed in quel tempo potè essere questa
una circostanza notabile ai vicini. (PASQUALIGO, Racc.
Ven.)
Veneziani, gran Signori,
Padovani, gran dottori,
Vicentini, magna gatti,
Veronesi tutti matti,
Udinesi castellani,
col cognome di Furlani,
Trevisani, pane e trippe,
Rovigotti, Bacco e pippe,
Cremaschi, fa cogioni,
i Brescian, tagliacantoni,
ne volete de' più tristi?
Bergamaschi brusa Cristi.
A Crema nell'anno 1448 un
Ghibellino Bergamasco diede fuoco a un Crocifisso,
perch'era guelfo (e bene Cristo era Guelfo quando
Federigo era scomunicato e favoriva i Paterini); questo
narrano il Terni ed il Fino cronisti cremaschi; e quindi
il dettato contro a' Bergamaschi.
Veronese, bella mano.
Vinegia, chi non la vede non la pregia.
E il Serdonati aggiunge:
Ma chi va a vederla, ben gli costa--e
Più rara cosa il mondo non possiede,
che la città dove il Leon risiede.
Quelli che ora seguono, risguardano la
Toscana.
A Firenze per avere ufizii, bisogna avere bel palazzo e
stare a bottega.
La repubblica era governata da
un patriziato di bottegai: tieni col palagio; cioè tieni la parte di chi ha il romajolo in mano;
fattelo amico.
Alla Certosa è un cert'uso, chi vi va e non ha
fretta, tocca un pane e una mezzetta.
A Marradi, seminan fagioli e nascon ladri.
Andare a Scarperia la non mi torna,
son tutti birri e spie e limacorna.
A Scarperia è manifattura
di coltelli e temperini, che hanno i manichi di corno.
A Ortignano, chi non è birro non è
cristiano.
A Prato c'è più preti, che a Pistoia
staia.
A San Miniato o tira vento o suona a magistrato.
Bandi da Siena (o da Poppi), per chi sì e
per chi no.
Bando di Ciompi, durava tre dì.
Brozzi (o Sesto) Peretola e Campi
son la peggio genia che Cristo stampi.
E si dice proverbialmente:
La compagnia del Ponte a Rifredi, pochi e mal
d'accordo--e
La compagnia di Campi, passi e non baci.
Perchè un di loro baciando
l'altare s'empì la bocca di quattrini ch'erano nel
vassoio.
Campiglia, ingrassa il porco, e poi lo piglia.
L'aria di Maremma ingrassa chi
fa gozzoviglia, ma poi l'uccide: pigliare il porco vale andarsene.
Chi ha a far con Tosco, non vuol esser losco.
Chi non ha moneta, non vada all'Impruneta.
Dov'è una fiera, in
antico molto celebre.
Chi sta a' marmi di Santa Maria del Fiore, o è
pazzo o sente d'amore.
Era il ritrovo de' Fiorentini le
sere d'estate.
Chi va al canto al Giglio e non inciampa, può ir
sicuro in Francia.
I bottegai al canto del Giglio
in Firenze burlano chiunque passa e a tutti danno il suo
ribobolo. Ciò scriveva il Serdonati del tempo
suo.
Chi va a San Biagio, perde l'agio; chi va a Santa Maria
Nuova, lo ritrova.
San Biagio era uno spedaluzzo
suburbano nel Borgo di Monticelli, chiamato per
antonomasia lo spedale dei poveri; quello di Santa Maria
Nuova fu reputato sempre meglio provvisto tra gli spedali
della città.
Chi vuol ben principiare alcuna cosa, vada al
Fiorentino.
Così dicono alcuni,
volendo mostrare che i nostri uomini sono ingegnosi nel
cominciare l'imprese, ma poi poco concordi nel condurle a
fine. (SERDONATI.)
Pisani traditori perchè donarono affuocate le colonne che stanno
tuttavia alla porta di San Giovanni (donde venne ai
Fiorentini il soprannome di ciechi), e perchè
Firenze cento anni ebbe grande gelosia di Pisa ed altri
cento anni grande sete di pigliarsela.
Fiorentin mangia fagioli, e' volevan li Spagnoli;
li Spagnoli son venuti, Fiorentin becchi cornuti.
I popoli di Toscana desideravano
ardentemente i'Infante don Carlo (il quale venne in
Livorno, poi a Firenze l'anno 1732, come successore
destinato al cadente Gian Gastone), mossi a ciò
dal confronto dei Tedeschi perché troppo recente
era tuttavia la memoria dei gravi disastri delle
contribuzioni. (GALLUZZI.)--e
Quando Venezia comandava, si desinava e si cenava,
coi Francesi, buona gente, si desinava solamente.
Fiorentin per tutto, Roman distrutto.
Firenze non si muove, se tutta non si duole.
Antico proverbio indicante certa
longanimità per la quale i Fiorentini erano tardi
alle sommosse.
Gli accoppiatori e le borse a mano, hanno difeso le palle
e il piano.
Detto del Dei. È storico
a Firenze. I Medici spesso designati per le palle che
portavano nell'arma, tiravano innanzi, senza parere, i
fatti loro, frodando le borse per le elezioni, e
guadagnandosi gli accoppiatori, coloro cioè che
presiedevano agli scrutinii.
Grosseto ingrossa, Batignano fa la fossa, Paganico
sotterra l'ossa.
Tre paesi
maremmani--e
In maremma si arricchisce in un anno e si muore in sei
mesi.
I Fiorentini son cattive doghe da botte, ed i Veneziani
buone.
Quelli difficilmente s'uniscono, e questi (come le buone
doghe) si combaciano molto bene insieme, così da fare
la città forte.
Il Fiorentino mangia sì poco e sì
pulito,
che sempre si conserva l'appetito.
Una bolla di Papa Eugenio IV
riduce l'assegno pe' cherici Eugeniani: Attentâ
præsertim frugalitate Florentinâ.
I Sanesi hanno sei nasi.
Legge fiorentina, fatta la sera e guasta la mattina.
DONATO GIANNOTTI. Trattato
della Repub. fior., lib. II, cap. 18.
Lingua senese e bocca pistoiese.
Proverbio che indica che buona
è la lingua parlata a Siena; ma che la pronunzia
è soprattutto eccellente la pistoiese. Si dice
anche:
Lingua toscana in bocca romana.
Lotto, lusso, lussuria e Lorenesi,
quattro L ch'han rovinato i miei paesi.
Motto fiorentino al tempo della
Reggenza Lorenese. E dicevano anche:
Co' Medici un quattrin facea per sedici:
dacché abbiamo la Lorena, se si desina non si
cena.
Maremmani, Dio ne scampi i cani.
Massa, saluta e passa;
chi troppo ci sta, la pelle ci lassa.
Intende di Massa maremmana: ora
ivi è l'aria presso che buona.
Montaione e Montaio,
né penna né calamaio.
Luoghi di Toscana sterili, che
non vi si fa faccende. (SERDONATI.)
Né muli, né mulini, né compari
dell'Isola (d'Elba), né moglie di Piombino.
Sentito dire da un
maremmano.
Palle e gruccia, beato chi le succia.
Le palle insegna de' Medici; la
gruccia dello Spedale di Santa Maria Nuova. Detto degli
aderenti e favoriti di casa Medici, e di chi avea mano in
pasta nelle amministrazioni degli Ospedali.
Panno senese, si rompe prima che si metta in dosso.
Pisa, pesa per chi posa.
Allude alla pesantezza dell'aria
pisana: avere i Pisani, è aver sonno.
San Geminiano dalle belle torri e dalle belle
campane,
gli uomini brutti, e le donne befane.
Tanto è a dir pennecchio, quanto ladro di
Fucecchio.
Nella terra di Fucecchio
è grande industria di lini.
Tre cose son difficili a fare: cuocere un uovo, fare il
letto ad un cane, ed insegnare a un Fiorentino.
Orgoglio, Vanità,
Presunzione
Ad orgoglio non mancò mai cordoglio.
L'orgoglio è la
più sconsolata delle passioni, siccome quella che
non sa pascersi altro che di sé medesima; e fu
bene dagli antichi simboleggiata per l'avvoltoio rodente
il core a Promèteo.
A nessuno piace chi troppo a se stesso piace.
Baldezza di signore, cappello di matto--e
Cappello di villano, ombra di mosche.
L'alterigia, l'arroganza di chi si
crede da più degli altri, gli stanno in fronte
mostrando il segno della mattezza che hanno in sé:
e sono ad essa come uno di quei berretti o cappelli a
foggie ridicole che prima solevano portare i buffoni o i
matti di corte. Ma nel secondo Proverbio, cappello potrebbe significare collera burbanzosa: pigliare un
cappello è metter broncio, o andare in
collera.
Bel colpo non ammazzò mai uccello.
I cacciatori (ma non i
cacciatori soli) quando hanno fallito il segno, consolano
se stessi del fallo, o agli aìtri si figurano
ricoprirlo magnificando quel colpo con orpello di parole,
e traducendo in sapienza profonda, invisibile agli occhi
comuni, il fatto sproposito.
Benché l'aquila voli alto, il falco l'uccide.
Chi è asino e cervo si crede,
al saltar della fossa se n'avvede.
E si dice anche:
Il trotto dell'asino dura poco.
Chi fa il saputo, stolto è tenuto--e
Chi vuole soprassapere, per bestia si fa tenere.
Chi misura se stesso, misura tutto il mondo--e
Chi non si misura, vien misurato--ma
Molti san tutto, e di se stessi nulla.
Chi non può esser levriero, s'ingannò
d'esser bracco.
Chi non stima altri che sé, è felice quanto
un re.
Quanto il re, di Stefano della
Boetie: uno contro tutti e tutti contro uno.
Chi ognun riprende, poco intende.
Chi più fa, meno presume--e
È più facile presumere che sapere.
Chi più saper si crede, manco
intende--e
Chi più crede sapere (o potere)
più erra.
Chi si battezza savio, s'intitola matto.
E anche:
Chi non crede esser matto, è matto
spacciato.
Chi si loda, s'imbroda--e
Chi si vanta, si spianta.
(Vedi Illustrazione
XXII.)
Chi troppo in sé confida, pazienza non tiene.
Con l'amor proprio è sempre l'ignoranza.
Credi al vantatore, come al mentitore.
Del cervello ognuno si pensa d'averne più che
parte--e
Del giudizio ognun ne vende.
È assai comune usanza,
il credersi persona d'importanza.
È più facile filosofare che
laconizzare.
È proverbio
dell'antichità, e vale che il predicare ad altri
è più facile del viver bene.
E' va più d'un asino al mercato.
È motto che suole
buttarsi in faccia a chi si creda esser unico a sapere o
a potere checchessia.
Frasche, fumo e vanità è tutt'uno.
Gloria mondana, gloria vana, fiorisce e non grana.
Oh vanagloria
dell'umane posse,
Com' poco verde in sulla cima dura! (DANTE.)
Il buon vino non ha bisogno di frasca.
(Vedi Illustrazione
XXIII.)--e
La roba buona si loda da se stessa.
Il fumo va all'aria, e l'acqua alla valle.
L'albagia sfuma, le cose seguono
il corso loro--e
I camini più alti sono quelli che fanno meno
fumo.
Il vero nobile non ha
albagia.
Il male ha chi lo comporta, ma il bene non v'è chi
lo sopporta.
Sallustio dice: Le
prosperità fanno impazzare tanto i savi che gli
sciocchi.
Il primo grado di pazzia è tenersi savio, il
secondo farne professione, il terzo sprezzare il
consiglio.
I più savi, meno sanno.
L'agnello umile succhia le mammelle della propria madre e
quelle degli altri.
La lode propria puzza.
La presunzione è figlia dell'ignoranza e madre
della mala creanza.
La pretensione non regna.
La superbia andò a cavallo, e tornò a
piedi.
La superbia mostra l'ignoranza.
La troppa umiltà vien da superbia.
Le lodi umane son cose vane.
L'orgoglio va adoperato come il pepe.
Lo spillo volendo fare a cucir con l'ago, s'avvide
ch'egli aveva il capo grosso.
Mal riputar si può, chi non ha il modo.
Non c'è vantatore che parli senza errore.
Non istà bene gran berretta a poco cervello.
Non mai s'intende l'uom saggio e perfetto,
se non ha di se stesso umil concetto.
Non sia superbo chi il suo albero vede fiorire.
Perché i frutti poi non
sempre allignano.
Non si può volare senz'ale.
Ognuno dà la colpa al cattivo tempo.
Anziché darla a se
stesso.
Ognuno si crede senza vizio perché non ha quelli
degli altri.
L'inquieto senza correggersi
della sua inquietudine biasima il ladro che dal canto suo
tira a rubare contento di non essere inquieto. Il ladro
toglie la roba, l'inquieto, la pace: chi è peggio?
(G.)
Prosopopea di pedanti e sudiciume di fanti, ne son pieni
tutti i canti.
Quando il pidocchio casca nella tramoggia, si pensa
d'essere il mugnaio.
Si potrebbe dire d'un
segretariuccio, messo lì per un verbigrazia a
copiar delle lettere, che si desse aria di mandar la
barca dello Stato: e ce ne sono a dozzine. In generale
tutti i sottoposti, quando possono, spampanano e
tiranneggiano più assai dei principali.
Quando la superbia galoppa, la vergogna siede in
groppa.
Quanto più la rana gonfia, più presto
crepa.
Se l'orgoglio fosse un'arte, vi sarebbero molti
maestri.
Sospiro e pianto è nel vanto.
Tutte le chiavi non pendono a una cintura.
Nessuno può da sé
solo aprire e ogni porta, sciogliere ogni nodo, vincere
ogni difficoltà.
Tutte le stringhe rotte vogliono entrare in dozzina.
Dicesi a un presuntuoso quando
e' vuole intromettersi in alcuna cosa che alla sua
condizione non convenga.
Tutto il cervello non è in una testa--e
Tutti gli uomini sanno ogni cosa, ma non uno
solo.
<<Il y a quelqu'un qui a plus
d'esprit que Voltaire: c'est tout le monde.>>
Quando in Francia nel passato secolo fu inventato questo
motto, non sapevano quanto valesse.
Ostinazione, Ricredersi
A chi pecca per erro s'ha compassione; ma chi pecca per
arri, non merita scusa.
Per erro, cioè per
ignoranza, per inavvertenza: arri, allude alla
caparbietà dell'asino.
Asino duro, baston duro.
Cogli ostinati bisogna usare
ostinazione.
Chi è più gentile, più
s'arrende--e
Più il panno è fino, e più
s'arrende.
Chi fa alle capate col muro, i corni son suoi.
Corni quei turgori che
una percossa fa nascere sulla testa; diverso da corna.
Chi fa a suo modo, non gli duole il capo.
E parimente in modo ironico agli
ostinati si dice:
Govèrnati a tuo modo, ché non ti
dorrà la testa.
Chi ha sbagliato la strada, torni addietro.
Chi non ode ragione, non fa con ragione.
Cuor determinato, non vuol esser
consigliato--e
Animo risoluto non ha orecchi.
Dove non servon le parole, le bastonate non giovano.
È meglio corta follia che lunga.
È meglio pentirsi una volta che mai--e
Meglio una volta arrossire, che mille
impallidire.
Cioè, farai meglio a confessar
subito il tuo fallo che a starne sempre in pensiero che
non sia scoperto.
È meglio piegar che rompere--o
È meglio piegarsi che scavezzarsi.
È meglio tornare in sé che esserci stati
sempre.
Gran nemico all'uomo è il parer proprio.
Guai a colui che morte lo corregge.
Vuol dire che non si era
corretto prima.
Il Leopardo non muta le macchie.
Di chi vive pertinace nella
propria e in cose viziose.
Il peccare è da uomini, l'ostinarsi è da
bestie--e
Chi vive ostinato muore disperato.
Un buon pentirsi, non fu mai tardi.
Ozio, Industria, Lavoro
A buona lavandaia non mancò mai
pietra--e
A buon cavalier non manca lancia.
Cioè, quando si vuol fare una
cosa, si trova il modo di farla.
A buon cavallo non manca sella.
Quando una cosa è buona,
non manca mai chi l'adopri.
A cattivo lavoratore ogni zappa dà
dolore--e
Cattivo lavoratore a ogni ferro pon cagione.
A chi non ha da far Gesù gliene manda.
A chi non pesa, ben porta.
Ben fa una cosa chi non ne sente
fatica o aggravio o rincrescimento, chi la fa facile,
volentieri.
A fare i fatti suoi uno non s'imbratta le mani.
Affaticati per sapere e lavora per avere.
A gloria non si va senza fatica.
Esiodo disse che il sudore
è l'ornamento della faccia della
virtù.
A lavoratore trascurato i sorci mangiano il seminato.
Al tramontar del sole il bue caca nel timone.
Cioè, stanco di
lavorare.
A porco pigro (o peritoso) non cadde (o non
toccò) pera mezza.
A roba fatta non manca compratore--e
Lavoro fatto, denari aspetta.
Asino punto, convien che trotti.
A star fermi si fa la muffa.
Chi avesse quel che non ha, farebbe quel che non fa.
Cattiva scusa dello
svogliato.
Chi ci va, ci lecca; chi non ci va, si
secca--e
Chi va, lecca, e chi sta, si secca.
Chi si sta ozioso, non approda nulla;
ma chi s'affatica, busca qualcosa (SERDONATI.)
Chi d'estate non lavora, nell'inverno perde la coda.
Chi dorme non piglia pesci--e
Chi dorme grassa mattinata, va mendicando la
giornata--e
Chi dorme quanto può, non dorme quanto
vuole--e
Chi si cava il sonno, non si cava la
fame--e
Volpe che dorme, vive sempre magra--e
Il sonno è parente della morte.
Chi è avvezzo a fare, non si può stare.
Chi è lungo a mangiare, è lungo anche a
lavorare.
Chi è ozioso, è dubbioso.
Chi fa bella gamba, non fa bella testa.
Chi fa per sé, fa per tre--e
Chi fa da sé, fa per tre--o
(Vedi Illustrazione XXIV.)
Chi vuol presto e bene, faccia da
sé--e
Comanda, e fai da te--e
Chi per altrui mano s'imbocca, tardi si
satolla--e
Chi vuol, vada; e chi non vuol, mandi.
Che dicesi anche:
Non v'è più bel messo che se
stesso--e
Quel che tu stesso puoi e dire e fare,
che altri il faccia mai non aspettare.
Chi fatica non pecca.
Chi fugge fatica, non fa la casa a tre solai.
Chi ha arte, ha parte--e
Arte dà parte, chi da lei non si parte.
Tutta la città di Firenze
è descritta in arti, onde chi è scritto in
alcuna può partecipare al governo; e s'intende
anche che chi sa fare un'arte è ricapitato e
può campare da per tutto. (SERDONATI.) Legalmente
le arti potevano ancora partecipare al governo e il
Serdonati piglia la legge in parola.
Chi ha voglia di fare non ha bisogno di pungolo.
Chi lavora da beffe, stenta daddovero.
Chi lavora si rimpannuccia,
chi non lavora si gratta la buccia.
Chi mi dà a fare, mi sciopera.
Motto di chi ha sempre molte
cose alle mani.
Chi non è alle sue nozze,
o che son crude o che son troppo cotte--e
Tristo a colui che non si trova alle sue nozze.
Chi non è presente quando si
fanno i fatti suoi.
Chi non ha entrata (o mestiere) e va a spasso, ne
va allo spedale passo passo.
Chi non ha pane lavorato, agosto diventa maggio.
Chi non ha voglia di lavorare perde l'ago e il
ditale.
Chi non maneggia, grameggia--e
Chi non suda, non ha roba--e
Pane di sudore ha gran sapore.
Chi non sa che fare, pettini i cani.
Chi non vuol durar fatica in questo mondo, non ci
nasca.
Chi s'aiuta, Iddio l'aiuta--e
Aiutati, ch'i' t'aiuto.
E al contrario:
Chi non s'aiuta, s'annega.
Chi sa menare tutt'e due le mani, è da più
degli altri.
Chi sa zappare, zappa con la zappa di legno.
Chi se ne sta con una man sopra l'altra, il diavolo balla
nel grembiule.
La tentazione è figlia
dell'ozio.
Chi si vergogna di lavorare, abbia vergogna di
mangiare.
Chi vuol riposare, convien travagliare.
Chi vuol viver senza pensieri, ne ha più degli
altri.
Fare e disfare è tutto un lavorare.
Gatta inguantata non prese mai topo.
Giammai col bramare, il sacco puoi colmare.
Iddio dà l'ali alla formica perché vada
più presto.
I giorni spesi bene sono i meglio impiegati.
Spesi per usati;impiegati vale messi a frutto.`
Il fuoco e l'amore non dicon mai vanne al lavoro.
Il lavorare è un mezzo orare.
Il libro serrato non fa l'uomo letterato.
Quanti sono che si credono
letterati per avere un buon numero di libri nello
scaffale; e per aver letti e imparati a memoria molti
frontespizi! -- A un pubblico lettore che avea in casa
pochi libri, uno disse: Ave lector sine libris. E
questi all'altro che aveva copiosa Biblioteca: Avete
libri sine lettore.
Il miele non si fa senza le pecchie.
Cioè, nulla si ha senza
fatica e capacità d'industria, ed è analogo
all'altro:
Col nulla non si fa nulla.
Il miglior podere è un buon mestiere.
Il perder tempo, a chi più sa, più
spiace.
Il pigro è sempre in bisogno--e
La pigrizia è la chiave della
povertà--e
Non fece mai prodezze la pigrizia.
Il sangue de' poltroni non si muove.
E anche:
Poltroneria non fece mai figliuoli (o non ha
eredi).
Il tempo bene speso è un gran guadagno.
In amoroso stato non dura l'occupato.
Si non Intendes animum studiis
et rebus honestis Invidia vel amore vigil torquebere.
(ORAZIO.)
La fatica genera la scienza, come l'ozio la pazzia.
L'ago e la pezzetta mantien la poveretta--e
A voler che il mento balli, alle man gna fare i
calli.
Gna per bisogna.
L'aiuto mangia tutto.
Se puoi, fa' tutto da te, che a
ricompensare chi ti soccorre coll'opera sua perdi spesso
anche l'utile ricavato dalle tue proprie fatiche.
La malattia de' sani è una festa che non si trova
nel lunario.
Di chi si finge malato per non
lavorare.
La ruggine mangia il ferro.
L'ozio consuma, come il lavoro
conserva. <<L'attività, dice il Balbo,
è il sangue della vita morale, e tolta quella o
scemata, il cuore cessa di battere o non batte più
generosamente, e la vita diventa un languore indegno del
nome di vita, e scende al grado di una sorte di
vegetazione>> (Pensieri ed Esempi.)
(PASQUALIGO, Racc. Ven.)
La soma, la bestia doma.
Ma:
La peggior soma è il non averne alcuna.
La testa dell'ozioso è l'officina del diavolo.
La vecchia mal raddotta, sulla sera la piglia la
rocca.
Lavora come avessi a campare ognora;
adora come avessi a morire allora.
È qui bello il porre
insieme con la preghiera il lavoro.
Lavoro è sanità.
Lavoro non ingrassò mai bue.
L'erba non nasce sulla strada maestra.
Letto e fuoco fanno l'uom dappoco--e
Il letto caldo fa la minestra fredda.
O anche:
Il caldo de' lenzuoli non fa bollire la pentola.
Lo stare indarno non è il fatto nostro.
L'ozio è il padre di tutti i vizi.
L'ozio è la sepoltura d'un uomo vivo.
L'ozio non fa con la virtù lega.
L'ozio è sempre bisognoso--e
Meglio il rognoso che l'ozioso.
Meglio diventar mori che rossi.
Meglio abbrunirsi al sole
lavorando, che arrossire delle male azioni consigliate
dall'ozio. (PASQUALIGO, Racc. Ven.)
Molte volte si perde per pigrizia,
quel che s'è guadagnato per giustizia.
Niente facendo s'impara a far male,
come facendo male s'impara a far bene.
Non c'è la peggior minestra che quella de'
frati.
Perché è data per
carità, e si mangia senza guadagnarsela.
Non mancò giammai da fare a chi ben vuol
trafficare.
Non s'apprezza ben redato, quanto ben da sé
acquistato.
Paesi fecondi, rendon molti vagabondi.
Perché nutriscono anche
l'ozio.
Per dimenar la pasta il pan s'affina.
Per i poltroni è sempre festa.
E in modo più
vivace:
A casa Poltroni è sempre festa.
Per istar bene si fa delle miglia.
Per non saper fare un cartoccio fu impiccato un uomo a
Firenze.
Per via (o via facendo) s'acconcian le some.
Aggiungono anche:
E mal per l'asino che le porta.
Vale che in operando s'impara a
vincere le difficoltà.
Quando facciam del male, il diavolo ci tenta,
quando non facciamo niente, noi tentiamo lui.
Quando il filo è in istanga, non tenere il culo in
panca.
Se non ci fosse il va' con Dio, bel mestier sarebbe il
mio.
Parla poco e ascolta assai, e giammai non
fallirai--e
Per la lingua, si langue--e
Siede e taci, e avrai pace--e
Troppo grattar cuoce, e troppo parlar nuoce.
A discorrer troppo si muore.
Al canto l'uccello, al parlare il cervello.
Sottintendi si
conosce.
Allo schiamazzo del gallo si desta la volpe.
Chi schiamazza dà armi
all'astuto.
Bel parlare non scortica ma sana--e
Il bel parlare non scortica la lingua.
Bisogna guardare non a quello che entra, ma a quello che
esce.
È del Vangelo, e
s'intende della bocca.
Capo senza lingua, non vale una stringa.
Gli encomii del silenzio
spesseggiano in questi Proverbi: qui ed altrove si
biasima l'eccesso, perché agli estremi ripugna il
senso comune.
Chi a troppi parla, a pochi dà consiglio.
Chi dice quel che sa, e dà quel che ha, non gli
resta nulla--e
Chi dice tutto e niente serba,
può andar con l'altre bestie e pascer l'erba.
Chi dice quel che vuole, ode quel che non vorrebbe.
Chi è segreto in ogni terra,
mette la pace e leva la guerra.
Chi ha difetto e non tace,
ode sovente quel che gli dispiace.
Chi ha lingua in bocca, può andar per tutto.
<<Chi ha la lingua adorna,
Poco senno gli basta, Se per follia nol guasta.>>
(TESORETTO.)
Chi ha molte parole spesso si duole.
Chi non parla, Dio non l'ode.
Chi non si spiega, chi non si
esterna, chi non si lascia intendere, non ha quel che'e'
vuole: ed anche a Dio bisogna chiedere.
Chi non sa tacere, non sa godere--e
Chi sempre tace, brama la pace.
<<Ma io per tacere ho fatto il
gozzo.>> dice il Serdonati, forse di se stesso; e
il suo era tempo da ciò.
Chi parla rado, è tenuto a grado.
Chi parla semina, e chi tace raccoglie.
Chi parla troppo adagio, a chi l'ascolta dà
disagio.
Chi scopre il segreto, perde la fede.
Chi sta col becco aperto, ha l'imbeccata di
vento--e
Chi troppo abbaia, s'empie il corpo di
vento--e
Asino che ragghia, mangia poco fieno.
Chi vuol ben parlare, ci deve ben pensare.
Chi vuol esser discreto, celi il suo segreto.
Chi vuol far bene i suoi fatti,
stia zitto e non gracchi.
Di' all'amico il tuo segreto, e' ti terrà il
piè sul collo.
Di crai in crai si pasce la cornacchia.
Dolce parlare fa gentilezza.
Dove è manco cuore, ivi è più
lingua.
È meglio mangiare quanto s'ha, che dire quanto si
sa.
Mangiare per consumare; s'intende della roba, degli averi.
È meglio morire, che ridire.
Riportare i fatti d'altri
è cosa odiosa.
È meglio sdrucciolar co' piedi che colla
lingua.
Gli uomini si legano per la lingua, e i buoi per le
corna.
Verba ligant homines,
taurorum cornua funes.
Il gallo prima di cantare, batte l'ali tre volte.
Prima di parlare pensaci.
Il male che non ha riparo, è bene tenerlo
nascosto.
Il poco mangiare e poco parlare non fece mai
male--e
Poche parole e caldo di panno, non fecero mai
danno.
Il tacere non fu mai scritto--ovvero
Un bel tacere non fu mai scritto.
In bocca chiusa non cade pera.
Contrario dell'altro: In
bocca chiusa non c'entra mosche.
I saggi hanno la bocca nel cuore, e i matti il cuore in
bocca.
I segreti più importanti non son pasto da
ignoranti.
La bocca non paga gabella.
Lo dice chi ha voglia di
parlare, e chi ha parlato poi tante volte lo
maledice.
La cicala canta canta che poi la schianta.
La lingua è la peggior carne del mondo.
E fu detto anche, la lingua
essere la migliore e la peggior parte
dell'animale.
La lingua sta bene dentro i denti.
La pecora per far bé, perde il boccone.
La peggior rota è quella che cigola.
Le chiacchiere non fanno farina.
Le ciancie riescon lancie.
Le parole piglian poco posto--e
Le parole non fanno lividi--e
Parole non pagan dazio.
Questi usa chi ha voglia di discorrere
a ogni modo. Ma chi è seccato dei discorsi, suol
dire in via di lamento:
Se si pagasse dazio di parole, e' se n'avrebbe meno e
manco.
Lingua bordella, per sette favella.
Bordello in adiettivo non
è usato: ma far bordello si dice per fare
chiasso, rumore.
Non ricever la rondine sotto il tetto.
Contro i troppo
ciarlieri.
Non tagliarti la gola con la lingua.
Ogni tua guisa non sappia la tua camicia.
Parola detta e sasso tirato non fu più suo.
<<Che non ritorna mai La
parola ch'è detta, Siccome la saetta.>>
(Tesoretto.) Nescit vox missa reverti. (ORAZIO.)
Parole fan mercato, e danari pagano.
Per tacere si muore.
Quando non dice niente,
Non è dal savio il pazzo differente--e
Ogni pazzo è savio quando tace.
Segreto confidato non è più
segreto--e
Servo d'altri si fa, chi dice il suo segreto a chi nol
sa--e
Segreto di due, segreto di Dio; segreto di tre, segreto
d'ognuno--e
Quel che tre sanno tutti sanno.
Sentire e non ridire è buon servire--e
Udente e non dicente non è mancante.
Si dura più fatica a tacere che a parlare.
Io ho sentito dir parecchie
volte
Che più fatica è tacer che parlare. (BERNI, Orl. Inn.)
Uccello che non canta non dà augurio.
Uomo che non si spiega non
dà augurio buono di sé.
Una testa savia ha la bocca chiusa.
(Vedi Regole del trattare, del conversare)
Parsimonia, Prodigalità
A far bene non v'è inganno, a dar via non
c'è guadagno.
Distingue bene l'uomo benefico
dall'improvido scialacquatore.
Bisogna aprir la bocca secondo i bocconi--e
Bisogna fare i passi secondo le gambe.
Bisogna compartire il refe secondo le pezze.
Accomodare i mezzi al
fine.
Bisogna far la spesa secondo l'entrata.
Chi butta via oro con le mani, lo cerca co' piedi.
Cioè, mendicando o
esulando.
Chi compra il superfluo venderà il necessario.
Chi dà del pane a' cani d'altri, spesso viene
abbaiato da' suoi .
Chi dà il suo avanti di morire,
apparecchiasi a ben soffrire.
Detto specialmente contro i
vitalizii.
Chi della roba non fa stima o cura,
più della roba la sua vita dura.
Chi fa tutte le feste, povero si veste.
Rimane povero, e non ha poi da
rifarsi il vestito.
Chi getta la sua roba al popolazzo,
si trova vecchio poi, povero e pazzo.
Chi ha poco, spenda meno.
Chi ha quattro e spende sette, non ha bisogno di
borsette.
Chi imita la formica la state, non va pel pane in presto
il verno.
Chi la mattina mangia il tutto, la sera canta il
cucco.
Cucco, animale di cui si
dice che ha più voce che penne.
Chi la misura, la dura--e
Chi non si misura, non dura.
Chi mangia la semenza, caca il pagliaio.
Chi mette la tovaglia, mette la casa in
isbaraglia--e
Pranzo di parata, vedi grandinata.
Chi non tien conto del poco, non acquista l'assai.
Chi scialacqua la festa, stenta i giorni di lavoro.
È detto pe' mestieranti
che in Firenze massimamente si mangiano la domenica il
guadagno della settimana, poi fanno festa anche il
lunedì. Lo Strozzi dice a questo proposito:
lavorare poco sempre è piaciuto alla nostra plebe;
il Venerdì de' Beccai, il Sabato degli Ebrei, la
Domenica de' Cristiani, il Lunedi de' Battilani, de'
Calzolai, e in oggi de' Sarti; questi lavorano sino a
mezzo la festa, poi fanno la Lunigiana.
Chi si stende più del lenzuolo, si scuopre da
piedi--e
Bisogna distendersi quanto il lenzuolo è
lungo--e
Chi ha poco panno, porti il vestito corto.
Chi tutto dona, tutto abbandona.
Chi tutto mangia tutto caca.
Detto di chi spende il suo in
mangiare.
Chi va a cavallo da giovane, va a piedi da vecchio.
Chi veste il domenicale, o bene bene, o male male.
Cioè, o non ha altri
panni, o può consumarne quanti vuole; il
domenicale è l'abito delle feste.
Chi vuol godere la festa, digiuni la vigilia.
Dal campo deve uscir la fossa.
Da quel che c'è si vuol
prima cavare quel che bisogna, dal poco il
necessario.
È meglio il pan nero che dura, che il bianco che
si finisce--o
Son meglio le fave che durano, che i capponi che
vengon meno.
È meglio morir di fame, che di stento.
A chi spende troppo nel
mangiare.
È meglio perdere, che disperdere.
È meglio puzzar di porco, che di povero.
Porco, è guitto,
gretto, sordido, meschino.
Erba che non ha radice, muor presto.
Dicesi contro quegli che, avendo
poca facoltà, vogliono sfoggiare e non posson
durarla.
Grassa cucina (o grasso piatto), magro
testamento--e
A grassa cucina, povertà vicina--e
La cucina piccola fa la casa grande.
Guai a chi gode tutto il suo.
Guai a quelle feste che hanno la vigilia dopo.
Vale dal far festa o
gozzoviglia, ma s'intende anche d'ogni fortuna o
allegrezza.
Il costo fa perdere il gusto--e
Ciò che gusta alla bocca, sgusta alla
borsa--e
Al mangiare gaudeamus, al pagare suspiramus.
Il pazzo fa la festa, e il savio se la gode--e
Chi fa la festa, non la gode.
Il sarto fa il mantello secondo il panno.
Che se no
Il più corto torna (o rimane) da
piede.
Cioè, da ultimo.
I quattrini bianchi van serbati pe' giorni neri.
La povertà gastiga il ghiotto.
La roba si fa colle mani, e si disfà co'
piedi.
La seta non tiene il nodo.
Dicesi di quei che sfoggiano
sopra le forze, e la roba sguscia via.
Le piccole spese son quelle che vuotano la borsa.
Lo sparagno è il primo guadagno--e
Cava, e non metti ogni gran monte
scema--e
Non mettere e cavare, si seccherebbe il mare.
Non sempre lo spreco è segno
d'abbondanza--e
Allo scialacquatore non mancò mai
roba--e
Ruina non vuol miseria.
Il fallito è
prodigo.
Non si satolla nessuno con l'uova bevute.
Passata la festa, il pazzo in bianco resta.
Piccion grossi e cavalli a vettura, è bravo chi la
dura.
Prodigo e bevitor di vino, non fa né forno
né mulino.
Quando il padre fa il carnevale, a' figliuoli tocca a far
la quaresima.
Quattrino risparmiato, due volte guadagnato.
Secondo i beni sia la dispensa;
il savio lo crede, il pazzo non ci pensa.
Si può amar la salsa verde, senza mangiar le biade
in erba.
Mangiare le biade (o il grano) in erba si dice del vendere le
entrate che son di là da venire, o consumare le
rendite prima che sieno maturate.
Son più i pasti che i giorni.
E in altre province
dicono:
Vi son più dì che lucaniche (salsicie).
Tanto sparpaglia una gallina, quanto radunan
cento--e
Fa più uno a spargere, che cento a
radunare.
Trista quella ca' che mangia quanto ha.
Tristo è quel villano che dà il mangiare a'
cani.
È tristo ognuno che si
lasci mangiare il suo dai parassiti o dagli
imbroglioni.
Troppa cera guasta la casa.
Non fare a tutti buon viso,
tanto che ti vengano a mangiare o a comandare in
casa.
Velluto a' servitori, e rascia a' gentiluomini.
Questo dicevano ai tempi del
Serdonati, quando il fasto di già smodava nelle
livree.